Desiree Mariottini: le tappe dall’omicidio alla sentenza

Desiree Mariottini, all’indomani della sentenza per l’omicidio della 16enne nel 2018, ecco tutte le tappe della vicenda – con date e fatti, sull’uccisione, il processo e il verdetto fino ad oggi. 

18-19 ottobre 2018: nella notte il corpo senza vita di Desiree, abbandonato su un lettino con sopra una coperta viene ritrovato all’interno dello stabile abbandonato di via dei Lucani, a San Lorenzo, Roma. Una storia di droga, di fragilità e di degrado, che lascia i romani sgomenti. 

25 ottobre 2018: i poliziotti della squadra mobile di Roma e del commissariato San Lorenzo fermano due senegalesi, irregolari in Italia: Mamadou Gara e Brian Minthe. I due sono ritenuti responsabili, in concorso con altre due persone, ricercate, di violenza sessuale di gruppo, cessione di stupefacenti e omicidio volontario. Gli altri due arresti scattano nelle ore successive: in manette finiscono Alinno Chima, 47 anni, e Yusef Salia. Intanto si cominciano a delineare i contorni della vicenda. La 16enne sarebbe rimasta in stato di incoscienza per diverse ore prima di morire: alla ragazza sarebbe stata somministrata droga il 18 pomeriggio e mentre era in stato di incoscienza è stata vittima di abusi. 

13 novembre 2018: Il Tribunale del Riesame fa cadere l’accusa di omicidio per Alinno Chima: secondo il giudice l’uomo avrebbe stuprato Desiree ma non le avrebbe dato la droga. 

15 aprile 2019: per Chima torna l’accusa di omicidio. Per il nigeriano la nuova misura cautelare arriva dopo i risultati del test del Dna effettuato sul corpo della 16enne e su una serie di reperti. Il Dna dell’uomo viene stato trovato su un flacone di metadone e su una cannuccia utilizzata anche da Desiree per fumare crack. 

21 giugno 2019: la Procura di Roma chiude le indagini, condotte dagli agenti della Squadra Mobile e coordinate dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza. Alinno Chima, Mamadou Gara, detto Paco, il ghanese Yusef Salia e il 43enne senegalese Brian Minthe sono accusati di concorso in omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione e somministrazione di droga a minore. 

8 ottobre 2019: all’udienza preliminare si costituiscono parte civile Comune di Roma, Regione Lazio, Telefono Rosa e le associazioni ‘Insieme con Marianna’ e ‘Dont’t worry- Noi possiamo Onlus’. In incidente probatorio, un testimone riferisce che gli imputati impedirono di chiamare i soccorsi per aiutare la ragazza. Il testimone, che si trovava all’interno dell’edificio di via dei Lucani, è stato chiamato a confermare con atto istruttorio irripetibile quanto già detto nel corso delle indagini a inquirenti e investigatori, e cioè che voleva chiamare l’ambulanza ma gli fu impedito dagli indagati. 

21 ottobre 2019: a poco più di un anno dalla morte della 16enne, il gup di Roma Clementina Forleo manda a processo i 4 cittadini africani: secondo l’accusa avrebbero abusato a turno della ragazza dopo averle fatto assumere un mix di droghe che ne ha provocato la morte. 

4 dicembre 2019: si apre il processo per l’omicidio di Desiree Mariottini. In aula prende la parola Yusef Salia: “Non sono responsabile della morte di questa ragazza, chiedo perdono e scusa alla madre e alla famiglia e rispetto il loro dolore” dice annunciando di ritirare la denuncia presentata contro i genitori della 16enne per omessa vigilanza sulla giovane. 

15 gennaio 2020: la Terza Corte di Assise decide di proseguire a porte chiuse il processo che si svolge nell’aula bunker di Rebibbia: una scelta legata alla minore età della vittima e al tipo di reati contestati agli imputati. 

27 gennaio 2020: la Cassazione conferma il carcere per Alinno Chima, alla luce anche “delle risultanze delle indagini tecniche sui campioni biologici” da cui è emersa la “prova della somministrazione degli stupefacenti alla vittima da parte dell’indagato, in specie per quanto concerne il metadone, il cui sovradosaggio è stato individuato dai consulenti come la probabile causa di morte della ragazza”. In aula al processo intanto parla Gianluca Zuncheddu, il papà di Desiree: “Ho cercato di salvarla ma non ho potuto fare niente” dice in lacrime. 

14 novembre 2020: dall’aula bunker di Rebibbia, il processo si sposta sul luogo del delitto, con un sopralluogo di pm e avvocati, durato oltre due ore, nell’edificio abbandonato di via dei Lucani, dove è morta Desiree. A turno, muniti di mascherina e guanti per le norme anti contagio, pm, giudici, avvocati di parte civile, difese e gli agenti della Polizia di Stato che hanno curato le indagini visitano l’interno dello stabile, sotto sequestro da due anni, per osservare i luoghi dove sono accaduti i fatti e poterli confrontare con quanto dichiarato dai testimoni. 

14 dicembre 2020: il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il pm Stefano Pizza chiedono l’ergastolo per tutti e quattro gli imputati con isolamento diurno per un anno. Chiesta l’assoluzione per Gara solo dalle accuse di cessione di stupefacenti e induzione alla prostituzione. Si arriva così alla sentenza pronunciata questa sera. 

19 giugno 2021: La sentenza arrivata a quasi tre anni di distanza dai fatti. Due ergastoli e altre due condanne a 27 anni e 24 anni e mezzo: è quanto hanno deciso i giudici della Terza Corte di Assise di Roma nella sentenza. Condannati all’ergastolo Mamadou Gara e Yusef Salia. Condannato a 24 anni e mezzo Brian Minthe (che però torna libero per scadenza dei termini di custodia cautelare), a 27 anni Alinno Chima. Le accuse nei loro confronti vanno, a seconda delle posizioni, dall’omicidio volontario, violenza sessuale aggravata e cessione di stupefacenti a minori. 

20 giugno 2021 – All’ indomani della sentenza cambia il quadro di Brian Minthe, che non lascia il carcere. L’uomo viene raggiunto da una nuova misura chiesta e ottenuta dalla Procura di Roma per l’accusa di omicidio. 

(Adnkronos)