Superbonus, prima le truffe ora i fallimenti: gli eccessi del mercato drogato

 Potrà diventare un caso di scuola. Il Superbonus 110%, la misura introdotta dal governo Conte II, mal sopportata da Mario Draghi e sostanzialmente abolita ora dal governo Meloni, è destinato a diventare un precedente ingombrante nella storia degli interventi pubblici in economia. E anche un dossier difficilissimo da affrontare per limitare i danni e consentire un processo ‘ordinato’ di ritorno alla normalità.

La premessa è che qualsiasi bonus, per sua natura, ha un effetto distorsivo sul mercato. Quello prodotto dal Superbonus nei suoi quasi tre anni di vita, è stato introdotto a maggio del 2020, è più evidente per le caratteristiche del provvedimento. Prima fra tutte, quella di assicurare un ‘ritorno’ superiore, 110%, rispetto anche al valore complessivo dell’operazione. Questo, prima ancora di andare a considerare prezzi gonfiati, dubbie intermediazioni, vere e proprie truffe.

Nelle parole del
leader Cinquestelle Giuseppe Conte, queste sono prese da un post Facebook del 20 ottobre 2021, c’è riassunta bene la filosofia del provvedimento. “Il Superbonus 110% è una misura che è stata ideata ed è diventata realtà grazie al Movimento 5 Stelle. Questa misura significa crescita, aumento del Pil, ed è un’occasione per le famiglie e le aziende di operare nel rispetto dell’ambiente e della sostenibilità”. Obiettivi nobili e integralmente condivisibili. Altre parole, quelle di Mario Draghi, estendono l’analisi. “Il problema non è il Superbonus ma i meccanismi di cessione che sono stati disegnati… senza discrimine e senza discernimento… chi li ha disegnati è colpevole di questa situazione in cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti”, ha scandito nell’aula della Camera nel suo ultimo intervento da premier. Oggi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dice di “sottoscrivere, dalla prima all’ultima parola”.

Le imprese del settore sono, giustamente, contrarie alla decisione di fermare bruscamente il meccanismo. Rischiano di perdere tanto denaro e anche di fallire, nei casi, tanti, in cui l’attività legata al Superbonus è diventata praticamente esclusiva. Ci sono anche imprese, tante, che sono nate proprio per sfruttare l’occasione delle maxi commesse piovute sull’onda della misura. E ci sono tante truffe e tante operazioni illegali. Basta leggere gli atti di una delle innumerevoli operazioni della Guardia di Finanza per inquadrare il problema: “… secondo l’ipotesi investigativa, avrebbero posto in essere plurime cessioni di crediti d’imposta, maturati nell’ambito delle misure di sostegno all’economia denominate superbonus 110%. Gli indagati avrebbero fatturato lavori edili per un ammontare complessivo di oltre … mln di euro che, verosimilmente, non sarebbero stati effettuati, e i relativi crediti fiscali fittizi sarebbero stati successivamente rivenduti a società compiacenti e, infine, monetizzati.

Quindi, lavori inesistenti, crediti fittizi, guadagno illecito. Ma anche mettendo da parte la dimensione illegale, e focalizzandosi sulle operazioni ‘pulite’, l’effetto distorsione produce danni. Alla stabilità delle imprese e alla concorrenza nel mercato. Per questo fermare il Superbonus comporta una lunga lista di problemi. Li ha elencati il candidato alla segreteria del Pd, e presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. “Significa condannare alla chiusura decine di migliaia di imprese, fermare almeno 100mila cantieri, mandare sul lastrico migliaia di famiglie e far perdere il lavoro a 150mila persone occupate nel settore edile e nell’indotto”. Ha ragione anche lui. Ma andare avanti senza correggere drasticamente la distorsione del Superbonus vorrebbe dire accumulare ancora problemi, rendendo pressoché impossibile un ritorno alla normalità. (di Fabio Insenga)

 

(Adnkronos)