Più fondi pubblici alle Rsa in Lombardia ma rette più care: i sindacati insorgono

Nonostante un aumento annuo di 200 milioni di euro da parte di Regione Lombardia per il settore sociosanitario, le rette delle RSA continuano a salire, diventando insostenibili per migliaia di famiglie. La denuncia arriva dai vertici regionali di CGIL, CISL e UIL, che chiedono un intervento strutturale per fermare quella che definiscono una “deriva privatistica” del sistema di cura degli anziani.
Secondo i sindacati, il nuovo stanziamento regionale, approvato con una recente Delibera di Giunta per sostenere i costi legati ai rinnovi contrattuali del personale, destina una quota significativa di risorse alle Residenze Sanitarie Assistenziali. Tuttavia, queste risorse finiscono per sostenere direttamente gli enti gestori, senza alcuna garanzia di un contenimento dei costi per le famiglie. «Anche chi ha un parente in una struttura pubblica o accreditata è costretto a pagare cifre fuori controllo», affermano Monica Vangi (CGIL), Roberta Vaia (CISL) e Salvatore Monteduro (UIL).
«Le rette superano quanto previsto dalla normativa nazionale, e gli aumenti proseguono senza limiti e senza alcuna trasparenza».
Il problema, spiegano i rappresentanti sindacali, è che le RSA ricevono fondi pubblici ma non sono soggette a vincoli reali nel definire le rette. Una situazione paradossale che, a loro avviso, va risolta con urgenza.

Le cifre parlano chiaro: in Lombardia, la retta media mensile per una RSA è di 2.236 euro, a fronte di pensioni medie inferiori ai 1.500 euro. Un divario che rende il sistema di cura sempre meno accessibile e sempre più sbilanciato sul piano sociale ed economico.

Per i sindacati, è necessario introdurre un sistema di condizionalità, che impedisca agli enti di scaricare sui cittadini i maggiori costi, mentre beneficiano di risorse pubbliche aggiuntive. «Servono scelte coraggiose da parte dell’Assessorato e della Giunta – affermano CGIL, CISL e UIL –. Le strutture vanno sostenute, ma devono essere anche responsabilizzate: i fondi pubblici devono servire a tutelare concretamente le famiglie e garantire la sostenibilità del sistema». Le tre Confederazioni chiedono che ogni incremento di risorse sia vincolato a tre priorità: blocco dei rincari delle rette; valorizzazione del lavoro di cura; revisione degli standard assistenziali, per migliorare qualità e sostenibilità. Infine, le sigle sindacali si dicono pronte a lavorare a una riforma vera e condivisa del sistema, insieme alle rappresentanze dei pensionati, per superare quella che definiscono una serie di “interventi tampone” senza visione d’insieme. «Bisogna riconoscere il valore economico e sociale della cura, e fermare un modello che, sempre più, penalizza le persone più fragili», concludono Vangi, Vaia e Monteduro.