MANTOVA – L’economia mantovana continua a muoversi lungo un sentiero di crescita moderata, senza particolari accelerazioni. È quanto emerge dallo studio dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, elaborato su dati Prometeia, che colloca la provincia di Mantova al 60° posto nella classifica nazionale sull’aumento previsto del Pil nel 2026.
Secondo le stime, il prodotto interno lordo mantovano dovrebbe crescere dello 0,58% nel 2026, un dato leggermente superiore al +0,56% del 2025, ma comunque inferiore alla crescita complessiva stimata per l’Italia, che si attesterebbe al +0,66%. Un divario contenuto, ma significativo, che conferma il posizionamento della provincia nel gruppo dei territori comunque in crescita, ma non tra quelli trainanti.
A livello nazionale, il Pil nominale è atteso superare nel 2026 la soglia dei 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi rispetto al 2025 (+2,9%). In termini reali, però, la crescita si fermerebbe allo 0,7%, sostenuta soprattutto dalla ripresa dell’export (+1%), dalla tenuta dei consumi delle famiglie (+0,6%) e della Pubblica amministrazione (+0,5%). Più debole, invece, la dinamica degli investimenti, in rallentamento allo 0,7% dopo il +2,4% dell’anno precedente.
Un quadro che riguarda da vicino anche Mantova, il cui tessuto produttivo – fortemente legato alla manifattura, all’agroindustria e all’export – risente del venir meno dell’effetto propulsivo del Pnrr. La scadenza dell’utilizzo delle risorse europee, prevista per la prossima estate, rischia infatti di accentuare le difficoltà strutturali di un’economia che, come sottolinea la CGIA, da oltre vent’anni cresce a ritmi inferiori alla media europea, al netto del triennio Covid.
Le criticità restano quelle note: produttività stagnante, burocrazia inefficiente, pressione fiscale elevata e carenze sul fronte del capitale umano. Elementi che pesano anche sul sistema imprenditoriale mantovano, composto in larga parte da piccole e medie imprese, spesso penalizzate da costi amministrativi e fiscali difficilmente sostenibili nel medio periodo.
Lo studio evidenzia tuttavia anche possibili elementi di svolta. Un’eventuale conclusione del conflitto tra Russia e Ucraina e una stabilizzazione dell’area mediorientale potrebbero aprire una fase nuova per l’economia globale, con effetti positivi su crescita, inflazione e finanza pubblica. In uno scenario più stabile, la fiducia degli investitori potrebbe tornare a crescere, favorendo il ritorno dei capitali verso investimenti produttivi, infrastrutture e innovazione: un’opportunità che i territori potrebbero cogliere solo accompagnandola con riforme strutturali e politiche industriali coerenti.
Sul piano regionale, la Lombardia nel 2026 dovrebbe crescere dello 0,73%, collocandosi tra le aree più dinamiche del Paese (e con al suo interno la provincia con la crescita maggiore, Varese), anche se la vera locomotiva prevista è l’Emilia-Romagna (+0,86%), che quest’anno ha scalzato il Veneto, grazie alla tenuta di settori come biotecnologie, metalmeccanica e automotive. A livello provinciale, però, la distanza tra i territori resta marcata: mentre Varese, Bologna e Reggio Emilia guidano la classifica nazionale, Mantova rimane in una posizione intermedia, lontana sia dalle punte di eccellenza sia dalle aree in difficoltà.

















