Infortuni, Giovanni Mancinone: “Un libro con le storie delle vittime e il dolore di chi resta”

(Adnkronos) – Le morti sul lavoro in Italia non si esauriscono nel momento dell’incidente. Mentre le statistiche continuano a segnare la drammatica soglia delle mille vittime l’anno, il dramma prosegue nelle vite dei sopravvissuti: familiari e comunità segnate da lutti profondi che raramente trovano spazio nel racconto pubblico. Proprio per rompere questo isolamento, esce in libreria in occasione del Primo Maggio il volume ‘Corpi al macello. Il silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti’, scritto dal giornalista Giovanni Mancinone, con prefazione di Cesare Damiano ed edito da Rubbettino. Il libro non si limita alla cronaca delle tragedie, ma ricostruisce le dinamiche profonde che portano agli incidenti e le conseguenze che si trascinano nel tempo. Attraverso vicende accadute sia in Italia che all’estero, l’autore dà voce al faticoso percorso dei familiari, impegnati in una costante ricerca della verità tra indagini giudiziarie, iniziative civili e il bisogno vitale di un riconoscimento pubblico che restituisca dignità alle vittime. 

Il racconto attraversa un arco temporale molto ampio, mettendo in relazione le grandi tragedie industriali del passato con i casi più recenti legati alla precarietà moderna, alla formazione insufficiente e al mancato rispetto delle norme di sicurezza. Da questa analisi emerge una verità scomoda: la responsabilità non è quasi mai riconducibile alla fatalità, ma a omissioni e cause evitabili in contesti dove il rischio è diventato parte del processo produttivo. Tra le pagine si incrociano storie diverse ma accomunate dall’assenza di tutele efficaci: dai giovani al primo impiego agli incidenti in itinere, fino agli infortuni invalidanti che restano nell’ombra delle statistiche ufficiali. Il volume richiama i dati più recenti per sottolineare la dimensione strutturale di un fenomeno che non è più un’emergenza, ma una piaga del sistema. 

L’uscita di ‘Corpi al macello’ in occasione del giorno dedicato ai lavoratori riporta prepotentemente al centro del dibattito una questione ancora aperta: la sicurezza non come costo, ma come elemento essenziale della dignità del lavoro e il peso, spesso invisibile, del lutto che ogni incidente lascia dietro di sé. 

“Le vittime degli incidenti sul lavoro – scrive nella prefazione Cesare Damiano già ministro del Lavoro – non sono solo coloro che vi restano feriti, menomati o che vi perdono la vita. Un incidente sul lavoro colpisce inesorabilmente anche i familiari di chi lo subisce. E, ancora, in modo più allargato, le comunità di cui fa parte. E’ una solitudine che ha molti volti. Un processo di trasformazione innescato dall’evento tragico. Uno stravolgimento che investe la vita sotto ogni aspetto. Persone che hanno perso il marito o la moglie, il padre o la madre. Persone che hanno perso il figlio o una figlia. Persone che non hanno nessun interesse per i risarcimenti. Qualcuno che amavano è ferito, menomato o è morto. E la prima esigenza che si manifesta è quella per la verità. La necessità che sia stabilito che in un luogo di lavoro non esiste la fatalità. Che quella tragedia poteva essere evitata se tutti avessero agito secondo le leggi, le norme, il senso di responsabilità che si dovrebbe esercitare quando persone che lavorano dipendono dalla correttezza delle procedure”. 

“Ed è in questo universo di sgomento, dolore e solitudine – spiega – che ci conduce ‘Corpi al macello’. Quel che si trova fuori dalle statistiche, nello smarrimento e nel senso di solitudine che prova chi è investito da una tragedia sul lavoro. Quel cambiamento irrimediabile e quel danno esistenziale che deriva dall’essere investiti da una tragedia del lavoro. Mancinone affonda oltre la cronaca del dramma. Coniugando, attraverso le storie di queste persone, la ricostruzione investigativa dell’incuria che produce la tragedia con la necessità esistenziale di chi resta di portare alla luce la verità nella sua compiutezza”. 

“Così è – avverte – per la vera e propria indagine forense promossa dal figlio di una delle vittime di una delle più terribili tragedie del lavoro registrata dalla storia: il catastrofico incendio nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, l’8 agosto del 1956. Vi persero la vita 262 minatori, tra i quali 136 italiani, a causa delle ustioni, del fumo e delle esalazioni di gas tossici. Sessantatré anni più tardi, l’insopprimibile necessità di verità spinse il figlio di uno di quei minatori italiani a promuovere un’istanza ai governi di Belgio e Italia perché si tentasse di identificare, attraverso un’indagine forense basata sull’identificazione del DNA, i resti, altrimenti irriconoscibili, delle vittime”. 

 

“Divenuto adulto – continua Cesare Damiano – quel bambino che aveva perso il padre a quattro anni, non riuscirà a ritrovarlo. Ma i resti di altri sono stati identificati. Un po’ di quella necessaria verità è, comunque, potuta emergere. Le vittime di Marcinelle morirono anche a causa della necessità di emigrare per lavorare. Ma c’è chi è caduto sul lavoro che aveva accettato per non allontanarsi dalla famiglia, come Tiziano Santelia, lavoratore interinale in un’impresa siderurgica, morto al decimo giorno di lavoro. La perdita ha influenzato con forza la figlia Camilla, che aveva cinque anni alla morte del padre. La sua spinta verso la verità e la giustizia si è realizzata nella sua tesi di laurea dedicata proprio alla sicurezza sul lavoro”. 

“Nel 2015 – dice – Giuseppe Mancino per poter lavorare, accetta un impiego da edile nella chiesa della Madonna di Costantinopoli di Pietracatella, in provincia di Campobasso. Lavoro per il quale non viene formato. Cade da un’altezza di dieci metri e muore, mentre due colleghi restano feriti, in un cantiere nel quale, peraltro, non erano state attuate le necessarie misure di sicurezza. Oggi, quel santuario è dedicato alle vittime del lavoro, mantenendo la memoria di Giuseppe Mancino e di tanti altri. Queste e le altre storie raccolte e raccontate dall’autore costituiscono un’opera che ha il merito di mettere insieme i processi dinamici che conducono, mai per fatalità, sempre per omissione e colpa, alle tragedie del lavoro e alle conseguenze umane di quegli eventi. Il dolore, il senso di solitudine, la necessità di riscatto di chi rimane”. 

“Aspetto quest’ultimo – continua – che raramente filtra oltre l’immediatezza della cronaca dell’evento. Non solo chi muore, ma chi sopravvive paga un prezzo al quale è arduo dare rimedio. Il primo incidente citato da Mancinone risale al 1874 e l’ultimo al 2023. Nel lungo periodo di storia tra quegli anni molto è successo. Il movimento dei lavoratori è cresciuto e si è strutturato. La Costituzione repubblicana ha sancito nel suo primo articolo la centralità del lavoro e in altri il valore delle sue tutele. Nel periodo del boom economico, poco dopo la tragedia di Marcinelle, in Italia morivano sul lavoro oltre quattromila persone all’anno. Oggi, non si riesce ancora a scendere sotto le mille”. 

 

“Nei trenta anni nei quali – afferma – sono stato impegnato come dirigente sindacale della Cgil e in quelli trascorsi in politica – come ministro del Lavoro e come parlamentare e presidente della Commissione Lavoro della Camera – il tema della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro è stato centrale nella mia attività, così come lo è in tutta la storia del movimento operaio. Nel periodo nel quale fui ministro, accaddero, tra gli altri, due incidenti particolarmente gravi nella dinamica e tragici nel bilancio. Il 25 novembre 2006, a Campello sul Clitunno, in Umbria, quattro persone rimasero uccise nell’esplosione del Silo 95 della Umbria Olii. La notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, avvenne un’esplosione e si sviluppò un terribile incendio nello stabilimento siderurgico della ThyssenKrupp di Torino. Otto operai ne furono investiti e sette di loro persero la vita”. 

“Da quegli eventi – sottolinea – con il supporto, la spinta e la moral suasion che esercitò il presidente Giorgio Napolitano, traemmo la spinta per mettere mano a un riordino e a una modernizzazione della normativa in materia di salute e sicurezza. Il 9 aprile del 2008 vide la luce il Decreto 81, noto anche come Testo Unico su salute e sicurezza sul lavoro. Agimmo nella convinzione che la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro fosse una tra le più alte espressioni di civiltà di un Paese moderno, perché ne certifica il grado di avanzamento sociale, economico e morale. Fu una grande vittoria per il lavoro e per la civiltà del nostro Paese”. 

“Ciò nonostante – avverte Cesare Damiano – oggi dobbiamo essere consapevoli che quel muro delle mille vittime all’anno non è stato ancora abbattuto. Se moltoè stato fatto, altrettanto si può e si deve fare. Sfruttando, tra l’altro, le opportunità che ci offre l’avvento della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale nella gestione dei processi di prevenzione, tutela e sicurezza nei luoghi di lavoro. E voglio qui citare quanto dichiarato dal presidente Sergio Mattarella, il 13 ottobre 2024, in occasione della Giornata Nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro: ‘La sicurezza sul lavoro, oltre che una prescrizione costituzionale, è anzitutto una questione di dignità umana’. Di quella dignità umana, e della dignità della nostra stessa società ci parla questo volume, raccontando le storie di chi è caduto sul lavoro e di chi è rimasto a portare il fardello della perdita e del lutto. In queste pagine, Giovanni Mancinone mette davanti ai nostri occhi quella solitudine che è nostro dovere, come esseri umani civilizzati, combattere e sconfiggere tutti insieme”. 

 

 

 

 

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