(Adnkronos) – “In Italia circa 15 milioni di persone avrebbero bisogno di cure per una forma di dipendenza, ma solo l’8% accede realmente ai servizi sanitari dedicati, da qui la neccessità di un maggior impegno politico e investimenti. Nel nostro Paese si stimano circa 13 milioni di fumatori, quasi 1,5 milioni di consumatori di cocaina e circa 400mila persone che fanno uso di oppiacei. Per il gioco d’azzardo, invece, si parla di circa 1 milione di giocatori problematici adulti e di 800mila giovani con un contatto continuativo con piattaforme di gioco”. A lanciare l’allarme all’Adnkronos Salute è Pietro Casella, esperto di medicina delle dipendenze e consigliere nazionale della Società italiana tossicodipendenze (Sitd), a margine di ‘Parola alla medicina’, format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner.
“Le dipendenze non riguardano solo droghe, alcol o fumo – spiega Casella – ma anche comportamenti e strumenti digitali che possono provocare danni fisici, psicologici, sociali ed economici. Inoltre, colpiscono uomini e donne di ogni età e classe sociale, in modo trasversale e democratico”. Secondo l’esperto, si parla di vera dipendenza quando una persona, pur convinta di poter smettere in qualsiasi momento, si rende conto di non riuscirci. “Vale per il fumo, per l’alcol, per il gioco d’azzardo e sempre più anche per social network e dispositivi digitali”. Particolare preoccupazione desta il fenomeno delle dipendenze digitali. “I dati sono ancora limitati perché si tratta di un fenomeno relativamente recente, ma un elemento appare chiaro: l’età del primo accesso si sta abbassando drasticamente. Stiamo andando sotto i 6 anni”, avverte Casella, sottolineando il ruolo cruciale dei genitori nell’educazione all’uso della tecnologia.
Secondo l’esperto, non basta vietare: serve soprattutto sensibilizzare le famiglie. “Non si può usare lo smartphone come strumento per calmare un bambino, anche mentre lo si sta allattando al seno. Questa non è una questione che si può risolvere soltanto con le leggi, ma riguarda soprattutto l’educazione”, precisa. In diversi Paesi, come Australia e Francia, l’accesso ai social network è regolato per i minori di 13 anni. Anche in Italia il dibattito è aperto. Ma, per Casella, il vero nodo resta la prevenzione precoce: “Bisogna educare i genitori già nei corsi pre-parto, spiegando l’importanza di ritardare il più possibile l’esposizione ai dispositivi digitali e dare il buon esempio”. Il rischio, ammonisce, è che un’immersione troppo precoce nel mondo digitale favorisca disturbi emotivi, difficoltà nel controllo delle emozioni e, nei casi più gravi, veri e propri disturbi psichiatrici: “Le dipendenze digitali possono diventare anche una porta d’accesso ad altre dipendenze, come droghe, gioco d’azzardo e gaming patologico”. Casella sottolinea infine la necessità di interventi mirati sul territorio. “Le campagne di massa spesso hanno effetti limitati. Serve un lavoro capillare con pediatri, consultori familiari, scuole e comunità locali”. Fondamentale anche una migliore comunicazione sanitaria: “Fare una buona informazione significa rendere più efficaci le cure”.

















