MANTOVA – Sono 1.853 le Disposizioni anticipate di trattamento depositate nei Comuni della provincia di Mantova dall’entrata in vigore della legge sul testamento biologico. Il rapporto è di una DAT ogni 182 abitanti, dato che colloca il territorio mantovano al 68° posto nella classifica nazionale e tra le posizioni peggiori tra le province lombarde.
I numeri emergono dall’Osservatorio DAT promosso dall’Associazione Luca Coscioni, che ha raccolto le informazioni attraverso un accesso agli atti rivolto a tutti i 7.894 Comuni italiani. La rilevazione, aggiornata al dicembre 2025, supplisce alla mancata pubblicazione della relazione ufficiale da parte del Ministero della Salute.
Le Disposizioni anticipate di trattamento permettono a ogni persona maggiorenne di indicare in anticipo quali trattamenti sanitari accettare o rifiutare nel caso in cui, a causa delle proprie condizioni di salute, non fosse più in grado di esprimere direttamente la propria volontà.
Nel quadro regionale, Mantova registra una diffusione inferiore alla media lombarda. In Lombardia è stata infatti depositata una DAT ogni 149 abitanti, risultato che vale alla regione il decimo posto in Italia. Nel Mantovano il rapporto sale a una ogni 182 persone, con uno scarto di 33 abitanti rispetto al dato regionale.
A guidare la classifica lombarda è Varese, settima provincia italiana, con 6.469 DAT e una disposizione ogni 104 abitanti. Seguono Milano, al 31° posto nazionale, con 19.831 documenti e una DAT ogni 138 abitanti, Como con una ogni 142 e Brescia con una ogni 157. Bergamo registra una disposizione ogni 167 abitanti, Lecco una ogni 169, Cremona una ogni 175 e Pavia una ogni 177. Monza e Brianza si attesta a una ogni 178, Lodi a una ogni 179, mentre Mantova raggiunge quota 182.
Il confronto evidenzia dunque un ritardo del territorio mantovano rispetto alle province lombarde più virtuose. Rispetto a Varese, dove il testamento biologico risulta molto più diffuso, nel Mantovano occorrono quasi il doppio degli abitanti per trovare una DAT depositata.
L’Associazione Luca Coscioni sottolinea come i dati raccolti siano, al momento, gli unici disponibili su scala nazionale. Secondo l’associazione, alla mancata relazione del Ministero della Salute si aggiunge l’assenza, negli anni, di una campagna istituzionale capace di informare i cittadini sulle possibilità previste dalla legge.
«Senza il diritto alla conoscenza, gli altri diritti restano solo sulla carta. Da sette anni il popolo italiano è tenuto all’oscuro del diritto, che esiste, a scegliere le modalità del proprio fine vita – dichiarano Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria nazionale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni –. Per quanto riguarda la conoscenza delle disposizioni anticipate di trattamento, la situazione sta finalmente migliorando, anche se troppo lentamente, grazie esclusivamente all’attività di organizzazioni, come l’Associazione Luca Coscioni e poche altre, e singole persone che non si rassegnano all’ignoranza imposta dallo Stato italiano. I risultati ottenuti ci spingono a insistere con ancora più determinazione».

















