“Il mandante dell’attentato a Ranucci sono io” : l’ammissione di Lavitola

Lavitola ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato” al conduttore di Report Sigfrido Ranucci “e dice di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare il livello di protezione”. Così l’avvocato Sergio Cola al termine dell’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola nel carcere di Rebibbia.
Lavitola ha quindi “riferito anche le ragioni per cui si è si è spinto a fare questo atto indubbiamente delittuoso. Lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati“.

Valter Lavitola ha compiuto l’attentato a Sigfrido Ranucci “non per un movente politico anche se di fatto l’attentato, ma non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità”, ha poi aggiunto l’avvocato Cola. “Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori secondo il modo di vedere di Lavitola erano pericolosissimi, lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo”, spiega il penalista. Ranucci era a conoscenza del proposito di Lavitola? Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che potevo dirvi”.

Legale Ranucci: “Confessione lascia sgomenti, conferma delirante teatro follia”

“La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno”. Così l’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci, dopo l’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola.

“Così come la popolarità del conduttore di Report era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi – sottolinea il penalista – se il movente è quello si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.

L’indagine

Lavitola, al quale viene contestato anche il metodo mafioso, è recluso in carcere da lunedì dopo che i carabinieri del Nucleo Investigativo hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Iole Moricca a seguito della richiesta avanzata dalla procura di Roma.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e avviata dal pm Carlo Villani, passato a dirigere la procura di Velletri, seguita ora dal pm della Dda Edoardo De Santis, ha già portato a fine giugno all’esecuzione di quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell’attentato e accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Destinatario della misura emessa dal gip è anche Gomes Clesio Tavares, factotum di Lavitola, che attualmente si troverebbe in Africa. Nei suoi confronti i pm capitolini avvieranno l’iter per l’estradizione.

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