MANTOVA – Ha coinvolto anche la provincia di Mantova l’operazione della Guardia di finanza di Trento sul progetto “Hashburst”, un presunto sistema di investimenti truffaldini nel settore delle criptovalute. Cinque persone sono state raggiunte da misure cautelari, mentre nei confronti di due soggetti è stato disposto un sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 877 mila euro, ritenuti il profitto della truffa. Due le persone coinvolte nel Mantovano, entrambe nella bassa: un cinquantenne indagato e un sessantenne, al momento non indagato, ma nei cui locali la Guardia di finanza ha eseguto una perquisizione.
I provvedimenti, emessi dal gip di Trento su richiesta della Procura distrettuale, sono stati eseguiti oltre che a Mantova anche nelle province di Cremona, Lecco, Milano, Monza Brianza, Pavia, Trento, Treviso e Vicenza, oltre che in Belgio.
L’indagine, avviata nell’aprile 2024 e condotta dal Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Trento, avrebbe ricostruito un meccanismo che faceva leva sul richiamo dell’intelligenza artificiale e delle valute digitali per attirare risparmiatori, imprenditori, pensionati e liberi professionisti. Il danno documentato dalle querele ammonta a circa 877 mila euro, ma quello stimato dagli investigatori per il solo gruppo di investitori del Trentino Alto Adige raggiungerebbe cinque milioni di euro. Lo schema sarebbe stato replicato anche in altre regioni italiane.
Investimenti fino a 30 mila euro per dispositivi inadeguati
Secondo la ricostruzione degli investigatori, gli indagati promuovevano il progetto attraverso incontri in noti hotel del Trentino, social network e la rete di contatti e clienti di un consulente finanziario locale.
Al centro dell’offerta c’erano apparecchiature presentate come altamente innovative, basate sull’intelligenza artificiale e a basso impatto ambientale, che avrebbero dovuto generare guadagni attraverso il “mining”, l’attività di estrazione delle criptovalute. Per ogni dispositivo venivano richiesti investimenti iniziali tra 4 mila e 30 mila euro, con la promessa di rendimenti tra 0,8 e un Bitcoin, su base mensile o annuale.
Gli accertamenti avrebbero però evidenziato una realtà ben diversa: gli apparati venduti sarebbero stati semplici computer assemblati, con una potenza di calcolo minima e del tutto inadeguati all’attività proposta. Anche le applicazioni e i siti utilizzati dai clienti per controllare i presunti guadagni sarebbero risultati ingannevoli. Prive di valore sarebbero state inoltre le lettere di garanzia emesse da una società estera per rassicurare gli investitori.
Quando i risparmiatori chiedevano spiegazioni sui mancati rendimenti, gli indagati avrebbero versato piccole somme, di poche decine di euro, attribuendo i ritardi a problemi tecnici o a cambiamenti negli assetti societari.
Società inglesi e pagamenti su conti esteri
Il presunto sistema si sarebbe appoggiato a una rete internazionale che, secondo gli investigatori, serviva a rendere più difficile seguire il percorso del denaro. Le vendite venivano fatturate da due società di diritto inglese riconducibili ai membri del gruppo, mentre i pagamenti confluivano su conti esteri, soprattutto presso banche con sede in Belgio.
Tra le figure di rilievo individuate nell’inchiesta compare un uomo di origine lombarda, dimorante in Svizzera, con numerosi precedenti per reati economico-finanziari. Secondo quanto riferito dalla Guardia di finanza, in passato sarebbe stato vicino a contesti di criminalità organizzata riconducibili alla ’ndrangheta. Nel giugno 2023 era già stato destinatario di una misura cautelare personale per presunte frodi e indebita percezione di fondi legati al Pnrr.
All’operazione hanno partecipato il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata, il Nucleo speciale repressione frodi tecnologiche e diversi reparti territoriali della Guardia di finanza, con il supporto di Eurojust. Sono state effettuate numerose perquisizioni e acquisizioni documentali in Trentino Alto Adige, Lombardia e Veneto.


















