Addio a Franco Baresi, il Milan e il calcio italiano perdono una leggenda

Franco Baresi non c’è più. Il calcio italiano perde uno dei suoi simboli più autentici, bandiera del Milan e della Nazionale, capitano leggendario e riferimento per intere generazioni di tifosi. Si è spento all’età di 66 anni dopo aver combattuto negli ultimi mesi contro una malattia che sembrava inizialmente superata, ma che purtroppo ha avuto un tragico aggravamento.
A dare l’annuncio è stato il Milan con un messaggio affidato ai propri canali ufficiali: «La storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del Dna e del cammino di tutto il club. Le condoglianze che AC Milan porge alla famiglia tutta di Franco Baresi sono le stesse che ogni tifoso rossonero fa a sé stesso in un’ora così dura». La notizia arriva a pochi giorni dalle false indiscrezioni che ne avevano annunciato erroneamente la morte. Il club aveva allora smentito le voci, confermando però che l’ex capitano stava attraversando un momento particolarmente delicato.

Una vita con una sola maglia

Nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, in provincia di Brescia, Franco Baresi ha legato l’intera carriera al Milan. Entrato nel settore giovanile rossonero dopo essere stato scartato dall’Inter, esordì in Serie A nel 1978 a soli 17 anni contro il Verona. Da quel momento non avrebbe più lasciato la maglia rossonera, diventandone il simbolo assoluto. Soprannominato inizialmente “Piscinin”, il piccolo, divenne presto il “Kaiser” della difesa italiana. Attraversò tutte le epoche del club: dallo scudetto della stella conquistato nel 1979 alle difficili stagioni in Serie B, fino all’epopea degli “Immortali” di Arrigo Sacchi e degli “Invincibili” di Fabio Capello.
Leader carismatico, libero moderno e straordinario interprete del ruolo, era celebre per la capacità di leggere il gioco, anticipare gli avversari e guidare la linea difensiva con il caratteristico braccio alzato per chiamare il fuorigioco. Anche i rivali gli hanno sempre riconosciuto qualità eccezionali. Diego Armando Maradona lo definì il difensore più forte che avesse mai affrontato: «Claudio Gentile mi fermava con dei calci. Ma Baresi mi rubava la palla da sotto i piedi senza nemmeno toccarmi».
In vent’anni con la prima squadra collezionò 719 presenze ufficiali. Alla fine della stagione 1996-1997, dopo il ritiro, il Milan prese una decisione destinata a entrare nella storia del club: ritirare la maglia numero 6, un onore riservato a chi aveva incarnato come nessun altro i valori rossoneri.

I successi con Milan e Nazionale

Il palmarès di Baresi è tra i più ricchi della storia del calcio italiano. Con il Milan conquistò sei scudetti, tre Coppe dei Campioni/Champions League, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Uefa, quattro Supercoppe Italiane, una Coppa Mitropa e anche due campionati di Serie B, contribuendo alla rinascita del club dopo gli anni più difficili.
Anche con la maglia azzurra ha scritto pagine memorabili. Convocato giovanissimo da Enzo Bearzot, fece parte della spedizione che conquistò il Mondiale del 1982 in Spagna, pur senza scendere in campo. Divenne poi titolare con Azeglio Vicini e capitano dell’Italia guidata da Arrigo Sacchi.
Indimenticabile il Mondiale del 1994 negli Stati Uniti. Dopo la rottura del menisco rimediata contro la Norvegia, riuscì a recuperare in appena 25 giorni per disputare la finale contro il Brasile, offrendo una prestazione straordinaria. Il destino, però, gli riservò una delle immagini più dolorose della sua carriera: il rigore calciato alto nella serie decisiva e le lacrime al termine della sfida persa dagli azzurri. Chiuse l’avventura in Nazionale con 81 presenze, un gol e tre piazzamenti mondiali: campione del mondo nel 1982, terzo nel 1990 e secondo nel 1994.

La malattia e il legame mai interrotto con il Milan

Nell’estate del 2025 gli era stato diagnosticato un nodulo polmonare individuato durante controlli di routine. Baresi era stato sottoposto a un intervento chirurgico mini-invasivo perfettamente riuscito e aveva successivamente affrontato un ciclo di immunoterapia. In quell’occasione aveva ringraziato il Milan e i tifosi per la vicinanza, confidando di poter tornare presto alla normalità. Dopo il ritiro dal calcio giocato non aveva mai reciso il legame con il club: dirigente, tecnico del settore giovanile, ambasciatore e infine vicepresidente onorario, ha continuato fino all’ultimo a rappresentare il Milan nel mondo.
La sua ultima apparizione pubblica risale alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, quando aveva portato la fiaccola insieme a Giuseppe Bergomi. Un’immagine che oggi assume un significato ancora più profondo: quella di uno degli ultimi grandi protagonisti di un calcio fatto di bandiere, fedeltà e valori destinati a rimanere nella memoria degli appassionati.