SUZZARA – Dopo nove anni nel Suzzarese e nei territori limitrofi, monsignor Paolo Gibelli si prepara a lasciare l’Unità pastorale “Dello Zara”, di cui è coordinatore e dove è parroco di ben dieci parrocchie, per assumere dal 1° settembre un nuovo importante incarico: quello di rettore del Santuario della Beata Vergine delle Grazie a Curtatone. Un passaggio significativo per un sacerdote che, in oltre quarant’anni di ministero, ha ricoperto numerosi incarichi di responsabilità all’interno della Diocesi di Mantova, dal rettorato del Seminario al ruolo di vicario episcopale per i rapporti con il territorio.
Alla vigilia di questo nuovo capitolo, Gibelli ripercorre gli anni trascorsi nelle comunità del Suzzarese e parla della vocazione che immagina per il Santuario delle Grazie, del rapporto con le nuove generazioni e delle fragilità che attraversano oggi persone e famiglie. Ma anche dell’intreccio, nella sua esperienza, tra la formazione di medico e la missione sacerdotale, e la gioia di essere prete che, racconta, continua a crescere anche dopo più di quarant’anni.
Dopo quasi dieci anni passati a Suzzara e nei territori limitrofi, che cosa le costa di più lasciare? E che cosa porta con sé di quest’esperienza?
Dopo nove anni di servizio in queste comunità, ormai mi sentivo a casa, in famiglia. È difficile e doloroso lasciare i confratelli preti con cui abbiamo condiviso il ministero, i diaconi, i laici e i volontari, ma soprattutto le persone più semplici, gli anziani e i malati che andavo a trovare. Porto con me una rete di relazioni intense, incontri di programmazione e di discernimento condivisi con i laici dell’équipe di comunione, l’esperienza del Sinodo, che abbiamo vissuto con impegno e con gioia, le testimonianze di tante persone, anche non credenti o non frequentanti, ma ricche di umanità che offrono il loro tempo e le loro risorse alle persone in difficoltà.
Il Santuario delle Grazie è insieme devozione popolare, meta di pellegrinaggio e arte. Quale pensa debba essere oggi la vocazione di un luogo così particolare?
Mi pare che oggi ci sia una ricerca di spiritualità, di vita spirituale, la ricerca di una luce e di un calore che dia senso e forza al nostro vivere, oggi esposto alla fretta, alla superficialità, all’ansia da prestazione. Credo che il Santuario possa offrire un luogo e un ambiente in cui la religiosità popolare possa essere illuminata e arricchita dalla luce del Vangelo, anche con l’ausilio dell’arte: il bello, il vero e il bene si ritrovano e si rafforzano a vicenda.
Come si tiene insieme una tradizione secolare come quella di questo Santuario con la necessità di parlare alle nuove generazioni?
Il Santuario fu fatto erigere dai Gonzaga come ex voto, per la liberazione dall’epidemia di peste. Anche oggi siamo colpiti da epidemie, come l’indifferenza, le varie forme di dipendenza, le violenze verbali e fisiche che feriscono e uccidono. Il Santuario, sotto lo sguardo materno di Maria, può aiutare anche i giovani di oggi a rientrare in sé stessi e a cercare ciò che rende veramente felici.
Lei è un medico. Nel 2020, entrando nei reparti Covid, disse che in quella scelta c’erano sia il medico sia il sacerdote. Quanto queste due dimensioni si sono intrecciate e influenzate nel corso del suo ministero?
Il medico e il sacerdote si prendono cura della persona umana, considerata nella sua integralità di corpo, mente e spirito. Anche le scienze umane confermano quanto queste tre dimensioni della persona interagiscano tra loro. Più volte ho sperimentato come l’ascolto profondo, la vicinanza e la condivisione, la preghiera e la grazia dei sacramenti siano stati di grande aiuto e sostegno a tante persone, soprattutto nei momenti di prova della vita.
Nel 1989, a soli sei anni dall’ordinazione sacerdotale, il vescovo Caporello la nominò rettore del Seminario. Come visse quella scelta e quella responsabilità?Ripensandoci ora, forse ho accettato l’incarico di rettore del Seminario poco consapevole della complessità e della responsabilità che mi assumevo. L’ho scoperta e accettata nel tempo, anche attraverso qualche sbaglio che ora non ripeterei e con l’aiuto degli altri educatori che ringrazio di cuore.
Lei è stato vicario episcopale per i rapporti con il territorio e ha lavorato a lungo sui temi dell’accoglienza e della fragilità. Quali sono oggi le fragilità che la preoccupano di più nel Mantovano?
Oggi mi pare che stiano crescendo nelle persone e nelle famiglie i disagi psichici, psicologici, relazionali. Probabilmente una delle cause è lo stile di vita fortemente condizionato dai mezzi di comunicazione che ci illudono di comunicare, ma più spesso ci chiudono in noi stessi e inducono in noi falsi bisogni e aspettative che rischiano di rendere la vita più disumana. Credo che oggi le nostre comunità abbiano il compito e la missione di umanizzare la vita e la comunità ecclesiale può offrire la grande risorsa dell’umanità nuova di Gesù.
Da diversi anni il 19 agosto si reca proprio a Grazie per celebrare la Messa in memoria di Alcide De Gasperi, un uomo di fede profonda, ma che aveva chiara l’autonomia della politica rispetto alla Chiesa. Che cosa può insegnare questa distinzione a chi oggi, in politica, richiama esplicitamente i valori cristiani a fondamento delle proprie scelte?
Mario Del Pero, nella sua Lectio Degasperiana tenuta a Pieve Tesino il 18 agosto scorso, ha chiuso il suo intervento dicendo: «Esaminando come gestì in quegli anni (fine anni ’40 e inizio anni ’50) la relazione con gli Stati Uniti ci viene restituita la sua incontestabile e straordinaria statura politica e morale. Una statura che ha avuto davvero pochi pari nella storia dell’Italia repubblicana». Nella persona di Alcide De Gasperi ritroviamo una mirabile sintesi di una fede profonda che illumina e ispira una visione laica e matura della politica intesa come servizio del bene comune, una visione lungimirante dello Stato considerato in rapporto alle altre nazioni europee.
Dopo oltre quarant’anni di sacerdozio, che cosa la sorprende ancora nel fare il prete?
La gioia di essere prete mi pare che cresca sempre di più, soprattutto quando il Signore mi dona la grazia di annunciare il Vangelo ridando fiducia e speranza alle persone, comunicando la sua misericordia e scoprendo la bellezza e il bene nascosto nella vita di tante persone.


















