È morto Ratko Mladić, l’ex comandante militare dei serbo-bosniaci condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante il conflitto in Bosnia Erzegovina. Aveva 84 anni ed è deceduto all’Aia, dove era detenuto e dove da tempo le sue condizioni di salute si erano gravemente deteriorate. La notizia della morte è stata diffusa dai media serbi. Negli ultimi mesi Mladić aveva subito un forte peggioramento delle condizioni fisiche, dopo diversi ictus, ed era ormai costretto a letto e sottoposto a cure palliative. Solo pochi giorni fa era stata respinta una nuova richiesta di rilascio anticipato per ragioni umanitarie. La famiglia e la difesa avevano chiesto che potesse trascorrere in Serbia l’ultima fase della sua vita, ma il Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali aveva ritenuto adeguate le cure mediche e palliative garantite nella struttura detentiva dell’Aia.
Il “macellaio della Bosnia”
Mladić è passato alla storia come il “macellaio della Bosnia”, soprattutto per il ruolo avuto nel massacro di Srebrenica del luglio 1995, una delle pagine più sanguinose delle guerre nell’ex Jugoslavia e il più grave massacro avvenuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale. In pochi giorni, dopo la conquista dell’enclave che le Nazioni Unite avevano dichiarato “area protetta”, oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono uccisi dalle forze serbo-bosniache. Mladić, all’epoca comandante dell’esercito della Repubblica Srpska, ebbe un ruolo centrale nell’operazione. Alla sua responsabilità sono legati anche la campagna di persecuzione e deportazione della popolazione non serba e l’assedio di Sarajevo, durante il quale la città fu sottoposta per anni a bombardamenti e attacchi contro i civili.
Sedici anni di latitanza
Mladić era stato incriminato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nel 1995, ma era riuscito a sottrarsi alla cattura per sedici anni. Fu arrestato il 26 maggio 2011 in Serbia, nel villaggio di Lazarevo, nei pressi di Zrenjanin, e pochi giorni più tardi trasferito all’Aia.
Il processo si concluse il 22 novembre 2017 con la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra. La sentenza venne poi confermata in appello nel giugno 2021. Negli ultimi anni le condizioni di salute dell’ex generale erano progressivamente peggiorate. Le richieste della difesa e della famiglia per consentirgli di lasciare la detenzione e ricevere cure in Serbia erano state ripetutamente respinte. L’ultima decisione era arrivata pochi giorni prima della morte.


















