Murales e pace: il cardinale Repole rilancia a Bozzolo il messaggio di don Primo

BOZZOLO – Una comunità riunita nel segno della memoria e dell’attualità del messaggio di don Primo Mazzolari. Nella giornata di ieri, 12 aprile, anniversario della sua morte avvenuta nel 1959, Bozzolo ha vissuto un momento intenso tra la messa celebrata nella parrocchiale e presieduta dal cardinale Roberto Repole, arivescovo di Torino, e la benedizione da parte del vescovo di Cremona Antonio Napolioni dei murales realizzati dai giovani sulle case popolari all’ingresso del paese.

I murales dei giovani benedetti dal vescovo Napolioni

Proprio quei murales, completati durante le vacanze pasquali, sono diventati il simbolo di una gioventù capace di mettersi in gioco. Un segnale concreto che ha ribaltato stereotipi e restituito fiducia: non ragazzi senza meta, ma giovani protagonisti, capaci di lasciare un segno positivo nella comunità. Le opere – un bambino che disegna l’albero della vita, lo skyline di Bozzolo e il volto di don Primo con lo sguardo rivolto a un libro da cui volano farfalle – sono state realizzate da “Bozzolo Art Factory” sotto la guida di Stefano Delvò, educatore e writer impegnato da anni anche nella prevenzione del bullismo. L’iniziativa è inserita nel progetto “Comunità Sprint!”, promosso dall’Azienda Speciale Consortile Oglio Po in partnership con il Consorzio Casalasco Servizi Sociali e il coordinamento delle attività è stato affidato a ForMattArt Aps.
Nel pomeriggio, il vescovo di Cremona Antonio Napolioni, ha raggiunto via Lombardia per benedire i dipinti, su invito del sindaco Giuseppe Torchio e del parroco don Francesco Cortellini. Sono stati gli stessi ragazzi, prima della benedizione, a presentare le opere concluse poi simpaticamente dal vescovo e dal sindaco che, con la bomboletta spray, hanno aggiunto un simbolico tocco finale.

Repole richiama la lezione di don Primo: “Nessuna guerra oggi è giusta”

Ma il cuore della giornata è stato anche nella riflessione proposta in precedenza dal cardinale Repole durante la messa, a cui hanno partecipato insieme ai molti sacerdoti, anche il presidente della Fondazione don Primo Mazzolari, Matteo Truffelli e il vicepostulatore della causa di beatificazione, don Umberto Zanaboni. Durante l’omelia Repole ha tracciato un ritratto profondo di don Primo, legandolo alla figura evangelica di Tommaso e al mistero della Risurrezione. «Mi pare molto bello che facciamo la memoria di don Primo Mazzolari davanti a questa pagina del Vangelo», ha detto Repole, richiamando l’apparizione del Risorto all’apostolo. «Qualcuno ha detto che don Primo ha avuto una fede “pasquale”, una fede del Crocifisso risorto. E forse è vero, se è vero che un giorno don Primo ha detto che “i morti hanno bisogno di pietà, il Vivente ha bisogno di audacia”».
Un’audacia che, ha spiegato il cardinale, non nasceva da un carattere fuori dagli schemi, ma da un’esperienza personale profonda: «Don Primo è stato un uomo audace, profetico. Ma donde gli veniva questa audacia? Dal Vivente, che aveva incontrato e che viveva in lui».
Riprendendo anche le parole di don Michele Do, Repole ha sottolineato come tutta la vita di Mazzolari sia stata «una lunga ruminazione evangelica», una lettura diretta e intensa del Vangelo, vissuta «con l’anima nuda e un evangelo nudo».
Un messaggio che resta di straordinaria attualità, soprattutto sul tema della pace. Il cardinale ha ricordato uno dei passaggi più incisivi del pensiero di don Primo: «A noi non importa sapere se ci furono guerre giuste nel passato: ci basta sapere che oggi nessuna guerra del nostro secolo può dirsi giusta». Parole che si legano a un richiamo ancora più radicale: «“Pace a voi!”. Chi non è disposto a rifiutare la guerra, come può ricevere il dono del Risorto?». E ancora: «Se l’amore è l’arma decisiva per abbattere la guerra, allora la guerra è un frutto del peccato. Prima di prendersela con le armi, dobbiamo assalire il male che è dentro di noi. E devo cominciare da me, senza badare al vicino».
Parole che hanno risuonato con forza nella chiesa gremita e che hanno trovato un’eco concreta anche nei murales benedetti: segni visibili di speranza, nati dall’impegno dei giovani e capaci di raccontare, oggi come allora, l’eredità viva di don Primo.