Processo casa famiglia di Cavriana, “botte e umiliazioni”: parlano i testimoni

In foto Germana Giacomelli la fondatrice della comunità

CAVRIANA – Con le prime testimonianze è entrato nel vivo ieri il processo sui presunti maltrattamenti nella casa famiglia di Cavriana, struttura che in circa dieci anni ha ospitato 120 minori. L’inchiesta era emersa nel 2019, dopo le dichiarazioni di alcuni ex ospiti e il servizio realizzato da Pablo Trincia per la trasmissione “Le Iene”.
Secondo l’accusa, all’interno della comunità sarebbero state inflitte umiliazioni e punizioni, tra rimproveri, minacce e percosse, ma anche violenze sessuali sui piccoli ospiti, oltre all’impiego dei minori in lavori domestici. Davanti al collegio presieduto da Gilberto Casari, con la pm Lucia Lombardo, sono imputati Pietro Foroni, Fabrizia Giacomelli e Anna Elisabetta Zanini, difesi dagli avvocati Cedrik Pasetti e Mara Rigoni. La fondatrice della comunità, Germana Giacomelli, figura centrale dell’indagine,  da tutti ricordata come la super mamma di Cavriana, premiata prima dal presidente della Repubblica e poi indagata per maltrattamenti, è morta nel 2020; la sua posizione è stata quindi dichiarata estinta.
Dopo l’audizione di un agente di polizia giudiziaria, è stato sentito il padre di una bambina affidata alla struttura dal tribunale per i minorenni. L’uomo ha riferito che, durante le visite, sentiva “urlare e insultare”. Ha parlato di punizioni severe e ha ricordato un episodio in cui “un bimbo di meno di due anni era costretto a stare seduto rivolto verso il muro”. In un’altra occasione, ha dichiarato, la figlia gli fu riconsegnata “con la faccia piena di lividi”; gli sarebbe stato spiegato che “aveva avuto una crisi e sbatteva la testa contro la parete”. La bambina, ha aggiunto, “aveva paura di Pietro, l’educatore”.
Ha testimoniato anche una madre affidataria, riportando quanto le avrebbe confidato la minore ospitata nella comunità: “Botte, orecchie tirate, vestiti sequestrati e capelli rasati”. La donna ha dichiarato di aver registrato il racconto e di averlo consegnato alla polizia. Ha aggiunto che la bambina soffriva per il trattamento riservato ai fratelli, per gli insulti rivolti alla sorellina in sovrappeso e che, alla morte della responsabile della struttura, “disse che non era dispiaciuta”.
Un’ex educatrice ha descritto il clima interno alla comunità parlando di “forte pressione” e di minori “molto condizionati”. Un ragazzino, ha riferito, le avrebbe confidato di non voler parlare di quel periodo, ritenuto “troppo duro da affrontare”.
I testimoni hanno usato spesso la parola “schiavo” per descrivere come venivano trattati i minori presenti nella struttura. A lanciare le accusa erano stati sette anni fa cinque ex ospiti che si erano rivolti al programma tv per denunciare gli abusi.