MANTOVA – Lo smart working, o lavoro agile, rappresenta uno dei temi più rilevanti per l’evoluzione organizzativa del tessuto produttivo italiano: una strategia capace di coniugare il benessere dei lavoratori con una maggiore competitività aziendale. È quanto emerso oggi durante un seminario di approfondimento organizzato dalla Fondazione UniverMantova e dal Corso di studi in Scienze della Mediazione Linguistica.
Dopo i saluti di Roberto Pedrazzoli di UniverMantova e dell’assessore all’Università del Comune di Mantova Adriana Nepote, entrambi favorevoli alle opportunità offerte dal lavoro flessibile, il segretario generale della Cgil di Mantova Michele Orezzi ha illustrato le peculiarità del territorio mantovano:
«Il Covid ha rappresentato un’occasione persa per implementare maggiormente la contrattazione su smart working e telelavoro: ne usufruiscono solo, grazie ad accordi locali e di gruppo, alcune grandi realtà aziendali come Tea, Corneliani e Ies».
Nonostante le proroghe del 2021 alla normativa sul lavoro agile, infatti, non molte aziende hanno scelto di procedere in questa direzione. «Sarebbe auspicabile – ha aggiunto Orezzi – un utilizzo più ampio di questa modalità, che offre strumenti per un migliore equilibrio vita-lavoro e consente anche di attrarre professionalità al di fuori del nostro territorio».
A seguire, la professoressa Carla Poppi ha presentato il professor Luigi Enrico Golzio e Adele Nardulli, CEO & Owner di Landoor S.r.l., agenzia internazionale di traduzioni e interpretariato con sede a Milano, considerata un esempio pionieristico nell’ambito dello smart working.
«L’esperienza del lavoro agile – ha spiegato Golzio – è in aumento, in particolare dal 2020, ma coinvolge in Italia solo il 12% dei lavoratori che operano stabilmente da casa. La quota più elevata si registra nei grandi centri urbani, dove spesso è più complesso raggiungere fisicamente le sedi aziendali. Nel complesso, possiamo comunque considerarlo un fenomeno ancora marginale». L’intervento di Nardulli ha illustrato nel dettaglio il caso Landoor, che spicca tra le Pmi italiane per l’innovativa gestione dello smart working, avviata ben prima della pandemia. Il ricorso massiccio al cosiddetto “lavoro da casa” si è infatti sviluppato soprattutto durante e dopo il 2020, ma l’esperienza di Landoor è ritenuta un modello grazie a un approccio — avviato già nel 2017 — che integra flessibilità, tecnologia e welfare in modo fortemente innovativo.
«Siamo stati tra le prime realtà italiane – ha dichiarato Nardulli – ad adottare strumenti digitali, remote desktop, piattaforme collaborative e programmi strutturati, poi evoluti in un progetto integrato di benessere che mette al centro le persone: la tecnologia è fondamentale, ma non sostituisce le competenze umane».
Un tema centrale è quello della work-life balance, l’equilibrio tra vita privata e lavoro, elemento chiave anche nel ridisegno della parità di genere. Flessibilità oraria, congedi parentali più lunghi, valutazioni basate sugli obiettivi piuttosto che sulla presenza fisica, e servizi come gli asili nido aziendali contribuiscono a creare condizioni reali di equità, migliorando al contempo l’immagine e la cultura interna delle imprese. La mattinata si è conclusa con un dibattito che ha coinvolto rappresentanti del mondo imprenditoriale, accademico e sindacale.
Elisabetta Romano


















