CURTATONE – Il fenomeno delle baby gang non nasce per caso, ma è spesso il risultato di una combinazione di fattori: la mancanza di riferimenti educativi solidi, la cultura del “tutto e subito” alimentata anche dai social e, non di rado, la percezione tra i più giovani di poter restare impuniti. Sono alcuni degli elementi emersi durante l’incontro pubblico “Baby Gang, l’indagine nero ombra”, che si è svolto venerdì 6 marzo nella sala consiliare del Comune di Curtatone, davanti a un pubblico numeroso e interessato ad approfondire il tema della sicurezza e dei fenomeni giovanili legati alla criminalità.
La serata è stata introdotta dal sindaco Carlo Bottani e dal presidente del Consiglio comunale Claudio Montagnani, mentre a moderare l’incontro è stato il giornalista Marco Mantovani. Relatori della serata Alessandro Fiani, segretario provinciale del Sap di Mantova, ed Elena Pagani, dirigente dello stesso sindacato di polizia.
Pagani ha raccontato al pubblico la sua esperienza professionale come disegnatrice accademica forense all’interno della Polizia. Il suo lavoro consiste nel ricostruire, attraverso il disegno, i volti o i dettagli descritti da vittime e testimoni durante le indagini. Un’attività che rappresenta un vero e proprio ponte tra arte e investigazione e che spesso consente di recuperare particolari che possono sfuggire anche alle tecnologie più avanzate. Durante l’incontro Pagani ha illustrato alcuni esempi concreti del suo lavoro, spiegando come la precisione delle ricostruzioni grafiche abbia contribuito negli anni a diversi risultati positivi nelle indagini criminali. Nel corso della serata ha presentato anche il suo terzo saggio, “Criminosa Pigmenta – bottega d’arte forense”. Come per le precedenti pubblicazioni, i proventi del volume saranno destinati alla fondazione del sindacato di polizia.
Dopo l’intervento di Pagani, l’attenzione si è spostata sul tema delle baby gang, con numerose domande da parte del pubblico, in particolare sulle ragioni che portano alcuni ragazzi a entrare in questi gruppi. A rispondere è stato Alessandro Fiani, in servizio presso la Squadra Mobile di Mantova, che ha individuato alcune cause principali del fenomeno. «Sicuramente i giovani fanno leva su una sorta di impunità che percepiscono nei loro confronti. Spesso le maglie della giustizia sono molto larghe quando si tratta di reati compiuti da minorenni», ha spiegato.
Ma non è l’unico fattore. «C’è anche un problema di valori – ha aggiunto Fiani –. In molti casi manca una trasmissione del senso del dovere e del rispetto all’interno delle famiglie di provenienza».
Un ruolo non secondario, secondo il segretario del Sap, lo giocano anche i social network. «Questi hanno le loro responsabilità – ha concluso- perché spesso danno grande visibilità a situazioni in cui sembra possibile fare denaro facile anche attraverso comportamenti illegali»
















