Mantova è universalmente conosciuta come città d’acqua. Fiumi, laghi e canali ne disegnano il paesaggio e da secoli ne raccontano l’identità. Eppure, dietro questa immagine così suggestiva, si nasconde una realtà meno scontata: per lunghi secoli proprio l’acqua – quella davvero necessaria alla vita quotidiana, quella “buona”, potabile – è stata una delle risorse più difficili da trovare per i mantovani.
I laghi che oggi avvolgono la città e ne definiscono il profilo non sono infatti una presenza naturale così semplice come potrebbe sembrare. Sono in gran parte il risultato di una trasfigurazione artificiale del territorio, frutto di interventi idraulici e trasformazioni secolari. L’acqua che circondava Mantova non era quella che si poteva bere o utilizzare facilmente per l’alimentazione: le acque dei laghi erano infatti in gran parte paludose e stagnanti, inadatte al consumo umano. Per questo, nonostante la città sorgesse letteralmente circondata dall’acqua, per secoli l’approvvigionamento di acqua pulita fu una delle questioni più delicate per la popolazione.
All’inizio del Novecento la questione dell’acqua potabile era ancora una delle sfide più urgenti per la città. Mantova viveva infatti una situazione sanitaria particolarmente critica, tanto da collocarsi tra le città italiane con i tassi di mortalità più elevati. Da qui prese avvio una stagione di interventi destinati a cambiare profondamente la vita quotidiana dei mantovani.
Due libri di Tea raccontano la lunga conquista dell’acqua a Mantova
È proprio questo rapporto complesso, fatto di necessità, ingegno e cambiamenti, che viene raccontato in due libri pubblicati a distanza di ventiquattro anni l’uno dall’altro da Tea, l’ente che da tempo gestisce il servizio idrico. Due volumi firmati da altrettanti giornalisti e scrittori mantovani: il compianto Renzo Dall’Ara e Stefano Scansani.
Il primo, Mantova, storie d’acqua – Anno 1909: nasce l’acquedotto, ripercorre la nascita e lo sviluppo dell’acquedotto cittadino. Il secondo, L’acqua di Mantova. Fontane fontanini fontanoni, è invece un viaggio affascinante tra le fontane della città. Due prospettive diverse che insieme compongono un unico racconto: quello di un bene oggi dato quasi per scontato, ma che fino a poco più di centoquindici anni fa non lo era affatto.
Il primo segnale di cambiamento: l’acqua buona sgorga in piazza Broletto
Le prime risposte al problema arrivarono già alla fine dell’Ottocento con la perforazione dei pozzi artesiani. Il primo venne realizzato nell’estate del 1890 in piazza Dante Alighieri, l’attuale piazza Broletto, dove il maglio di perforazione a vapore della officina meccanica Giuseppe Piana di Badia Polesine penetrò nel terreno fino a 121 metri e mezzo,

intercettando una falda che – come riportavano le cronache dell’epoca – offriva finalmente “una buona acqua potabile, assai opportuna per gli usi domestici”. Nel giro di pochi anni i pozzi diventarono dieci e iniziarono ad alimentare le prime fontanelle pubbliche. Ma anche queste novità non erano prive di problemi: nel 1897 il sindaco Andrea Botturi arrivò a chiedere ai Reali Carabinieri un presidio notturno per fermare vandalismi e abusi che danneggiavano le nuove strutture.
Il passo decisivo arrivò con il nuovo secolo. Dopo vari tentativi delle amministrazioni comunali, nel 1907 il Regio Commissario Raffaele Longoni riaprì con decisione il progetto di portare l’acqua direttamente nelle case dei cittadini. Il progetto venne affidato all’ingegnere Francesco Minorini, capo dell’ufficio tecnico del Comune di Milano, e i lavori partirono rapidamente.
Quando l’acqua dovette fermarsi per far passare il vino
Ma i cantieri non furono privi di difficoltà. Gli scavi per la posa delle condutture provocarono inevitabili disagi al traffico e non mancarono proteste da parte dei cittadini. C’era però anche un’altra variabile da tenere in considerazione: la vendemmia.
Tra il 20 settembre e il 20 ottobre, infatti, Mantova veniva attraversata da un continuo via vai di carri carichi d’uva diretti alle cantine. Come raccontavano le cronache dell’epoca, in quei giorni “la città è percorsa da un numero infinito di carri che trasportano navasse, casse e cesti carichi di uva”. Così accadde che i lavori dovettero rallentare: l’acqua dovette fermarsi per far passare il vino.
1909: arriva l’acquedotto e a Mantova si aprono i primi rubinetti

Nonostante tutto, il progetto procedette spedito. Il 30 maggio 1909 venne collaudato l’impianto di sollevamento collocato nel fabbricato della Barriera Virgilio, in corso Garibaldi. Il giorno successivo i mantovani guardavano con stupore il nuovo serbatoio di Porta Mulina, alto 42 metri, primo esempio in Italia di grande struttura realizzata interamente in cemento armato. Poche settimane più tardi arrivò il momento destinato a cambiare la vita quotidiana della città. Il 14 luglio 1909 i mantovani poterono per la prima volta aprire un rubinetto in casa e avere acqua potabile. Era stata posata una conduttura principale lunga 5 chilometri e 400 metri, a cui si aggiungevano oltre 12 mila metri di tubazioni. Già nel mese di agosto le richieste di allacciamento erano circa 800.
Le 53 fontanelle pubbliche collegate alla rete entrarono rapidamente a far parte del paesaggio urbano, mentre il Corpo dei pompieri poté finalmente contare su nuove bocche antincendio, installate anche al Teatro Sociale e in alcune abitazioni private. Il quotidiano La Provincia di Mantova definì quell’opera “voluta e sospirata da tutti come primo fattore della redenzione igienica della città”. Non si trattava solo di un’infrastruttura tecnica, ma di una vera rivoluzione nella qualità della vita.
Dal Nasello al “putin” ai Tre Delfini: le storie più curiose
delle fontane cittadine
Ma l’acqua a Mantova non è solo una questione di tubature e impianti. È anche una storia fatta di simboli, arte e piccoli dettagli urbani. Ed è proprio questo il mondo che Stefano Scansani riporta alla luce nel suo libro dedicato alle fontane cittadine.
Attraverso l’indagine sulle quindici fontane legate ai pozzi artesiani scavati negli anni Novanta dell’Ottocento,
Scansani fa emergere personaggi, curiosità e storie dimenticate. Scopriamo così, ad esempio, che la fontana dei Tre Delfini di piazza Broletto, da cui sgorgò per la prima volta l’“acqua buona” nel 1890, fu realizzata alla fine dell’Ottocento da una donna, Itala Galassi, moglie del marmorino Vitali. Altre sorprese emergono tra le vie della città. La fontana di piazza Canossa, ad esempio, è molto più recente di quanto si pensi: risale infatti agli anni Settanta del Novecento. Prima di quella esisteva una fontana addirittura sotterranea, alla quale si accedeva scendendo di circa un metro e mezzo attraverso due rampe di scale.
Non mancano poi storie curiose come quella del Nasello di piazza Erbe, con i suoi tratti orientaleggianti, delle fontane a muro di via Acerbi e via Fondamenta, o della fontana del Bambino di piazza Bazzani, che i mantovani chiamavano affettuosamente “la fontana dal putin”.
Tra le fontane raccontate da Scansani c’è anche il Fontanone di via Frattini. Il nome potrebbe sembrare esagerato, viste le dimensioni attuali, ma il mistero si chiarisce scoprendo che il suo predecessore era in ghisa, riccamente decorato e alto quasi tre metri e mezzo. E poi c’è la fontana di piazza dei Mille, forse la più popolare, che un tempo serviva non solo il quartiere ma anche il mercato del bestiame.
La rivoluzione silenziosa che cambiò la vita dei mantovani
Così, tra storia urbana, personaggi dimenticati e curiosità sorprendenti, i due libri pubblicati da Tea restituiscono il ritratto di una città che ha dovuto imparare a conquistare l’acqua, prima ancora di celebrarla. A ricordarlo sono anche i versi dialettali di Ermenegildo Ferretti, dedicati proprio alla costruzione dell’acquedotto:
Per dar l’acqua potabile
a tutti i cittadini
a rot le strade, i vicoli
le fogne e i tombini.
Così tutta tera umida
e bagnada la cit
in su succed che anca a Mantova
i béc i conta pì.
Versi popolari che raccontano meglio di tante parole la rivoluzione silenziosa di quegli anni: il momento in cui Mantova, città circondata dall’acqua, riuscì finalmente a conquistare l’acqua buona.















