(Adnkronos) – La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, “è per tutti noi testimoni di giustizia un dolore insopportabile”. Si tratta, aggiunge, “dell’ennesimo testimone caduto sull’altare della Patria”. Sul suicidio di Denise, accusa il testimone di giustizia dell’omicidio di don Peppe Puglisi, Giuseppe Carini, “pesa il silenzio dei vertici dello Stato e di governo del Paese”. “Mentre sui quotidiani e sui social troverete pagine di cordoglio, di dolore e di indignazione per la morte della giovane testimone di giustizia, lo Stato tace” scrive in una lettera alle istituzioni, ricordando la 35enne, morta la scorsa settimana dopo essersi lanciata dal terzo piano dell’abitazione ad Ariccia.
A sostenere l’appello di Carini, sottolinea, ci sono “la stragrande maggioranza” dei circa 150 testimoni di giustizia fuoriusciti dal programma di protezione. “Per i funerali di Denise ritroveremo bandiere affisse a mezz’asta e stendardi, corone funebri, fasce tricolori sul petto dei sindaci, le facce contrite di alcuni parlamentari, e tutti i vessilli ufficiali di uno Stato che non pensa ai vivi, a come aiutarli nel loro cammino dentro e fuori dal programma di protezione – prosegue la lettera -. La coscienza degli onesti si pone domande su cosa si poteva fare e non è stato fatto, su quanto siamo stati capaci di restarle accanto, perché non abbiamo intercettato la sua sofferenza, il suo isolamento, mentre dall’altra parte si fa finta di niente. Diciamolo con chiarezza: i testimoni di giustizia sono considerati un peso, degli ingrati, una pianta da estirpare e rimuovere dal programma di protezione”.
“Mentre scrivo ci sono testimoni di giustizia che soffrono, chiedono aiuto, che vivono in condizioni di povertà perché da quasi diciannove anni attendono una norma per i contributi pensionistici, dal 2008 attendono il ‘regolamento attuativo omnicomprensivo’ della legge 11 gennaio 2018 n. 6 – sottolinea Carini -. Non lasciamo cadere sui testimoni di giustizia vivi il velo dell’oblio dello Stato e dei partiti. Alla politica dico occupatevi dei vivi, delle loro necessità, delle loro sofferenze e sui doveri che avete nei loro confronti. Si è detto che i testimoni di giustizia sono persone coraggiose, che Lea e Denise erano donne coraggiose e come tali non moriranno mai, ma noi non vogliamo lapidi o epitaffi scolpiti nel marmo – conclude Carini nella lettera – i testimoni di giustizia hanno il diritto sacrosanto di vivere e di vivere una vita normale”.


















