Pensioni: economista Geroldi, “Quota 41 senza limite età costa troppo, meglio con soglia a 63 anni”

(Adnkronos) – “In pensione solo con 41 anni di contributi senza limite di età? Costa troppo: l’Inps sta facendo dei conti e li fa bene. Meglio se si fissa un paletto di uscita dal lavoro a 63 anni”. Lo dice ad Adnkronos/Labitalia Gianni Geroldi, economista, docente di Economia della previdenza e dei sistemi pensionistici presso l’Università Cattolica di Piacenza. Geroldi è stato anche direttore generale per le politiche previdenziali del ministero del Lavoro, consulente di vari ministri del Lavoro ed è membro del Social protection committee (Comitato consultivo per le politiche sociali dell’Unione europea).  

Un’ipotesi più realistica, dice, infatti, l’esperto, potrebbe essere “sì di lasciare Quota 41, ma abbinando una soglia di età limite che potrebbe essere 63 anni”. “Arrivare cioè alla quota 104, ossia 2 punti in più dell’attuale 102, che permette di andare in pensione a 64 anni con un’anzianità contributiva minima di 38 anni. E allora qualcuno dice proroghiamo quota 102 e amen. Ma, anche in questo caso, bisognerà comunque capire se si manterrà fisso uno dei due parametri, o l’età o i contributi, perché, una volta, le quote potevano essere raggiunte indifferentemente dalle due componenti. Ora, siccome i soldi sono pochi, si mettono degli sbarramenti all’età anagrafica”, osserva Geroldi. 

La ‘Quota 41′ sembra piacere anche ai sindacati. “Il segretario della Cgil Maurizio Landini ha spiegato che quota 41 gli andrebbe bene -dice Geroldi- e poi si può discutere l’età. E’ un ragionamento che abbiamo già fatto col primo governo Conte, due anni fa, quando avevamo fatto un gruppo di lavoro sulla previdenza: si sapeva che grosso modo la quota su cui si poteva discutere era 41 anni di contribuzione e 63 anni di età. Il governo puntava a 64 e il sindacato a 62”. Posizione che i sindacati hanno tenuto e ribadito anche con il governo Draghi. Ma che a Geroldi sembra abbastanza “utopica”. 

Comunque, sia Quota 41 sia Opzione Uomo (altra ipotesi allo studio), osserva Geroldi, “non toccano per niente o toccano solo molto parzialmente le due principali criticità del sistema pensionistico”. 

Geroldi dettaglia: “Mancano alcune cose a completare il sistema pensionistico, che sono essenzialmente due: la flessibilità, che riguarda soprattutto chi ha difficoltà a mantenere oltre certe soglie di età a mantenere l’occupazione, e la questione di chi ha carriere molto fragili che non gli consentono di avere pensioni adeguate. E questo è un tema che rimanda alle cosiddette ‘pensioni di garanzia’, consentire insomma a chi ha poco accumulo per raggiungere una buona pensione, la possibilità di integrare l’accumulazione o nell’arco della vita finale o nella fase finale della carriera, anche perché le pensioni minime con il sistema contributivo non esistono più”.  

Comunque, sia “Quota 41 sia Opzione Uomo -osserva l’esperto- toccano solo parzialmente la criticità della flessibilità, mentre non incidono minimamente sulla questione delle pensioni basse, che sembra sparita dal dibattito”. “L’Inps ha recentemente pubblicato dei dati in cui dice che ha aderito all’Opzione Donna una quota del 20-25% delle lavoratrici aventi diritto. Una quota bassa perchè l’assegno è fortemente penalizzato. Nell’ipotesi di un”Opzione Uomo’ per i maschi, a maggiore ragione, è lecito pensare che aderirà una quota ancora più bassa, perché si presume che il reddito maggiore in famiglia sia quello dell’uomo e che, quindi, la decurtazione percentuale, se applicata a un reddito più alto, pesi ancora di più” dice Geroldi. 

Opzione Donna, Opzione Uomo. Misure che potrebbero rivelarsi molto meno efficaci di quanto sperato, alla luce di alcuni mutamenti in atto nella società ancora non sufficientemente valutati spiega ad Adnkronos/Labitalia Gianni Geroldi: “I vari meccanismi di ‘Opzione’ sull’uscita dal lavoro potrebbero avere meno incidenza di quanto si pensa -afferma Geroldi- o essere meno incentivanti che in passato, perché si è praticamente esaurita la platea di quelli che avevano 18 anni nel 1995 e che, dunque, ha potuto mantenere quote ancora abbastanza significative di calcolo retributivo sull’assegno pensionistico. Questi lavoratori hanno mantenuto il calcolo retributivo sulla loro carriera fino al 2012, anno in cui la Legge Fornero ha portato tutti al calcolo contributivo. Dunque, nel calcolo delle persone che stanno uscendo sarà sempre maggiore la quota contributiva”.  

Dunque, sintetizza Geroldi, “il ricalcolo al contributivo diventa di fatto un disincentivo ad andare via prima dal lavoro, sempre meno rilevante”. Oltretutto, Geroldi ricorda anche che il dilemma sull’età di pensionamento è nato in un contesto ben specifico. “La questione che si è posta più volte e che uscì da alcune raccomandazioni che si facevano in sede europea, era quella dell’innalzamento dell’età in funzione dell’adeguatezza dell’assegno. Se si faceva la distinzione sull’età di pensionamento, quando la parte retributiva era ancora rilevante, allora la versione al contributivo, aveva un ruolo di spinta affinché la gente rimanesse a lavorare perché naturalmente ci perdeva molto ad andare in pensione prima: fino al 30%. Su una pensione da 1.500 euro, parliamo di ben 500 euro che se ne andavano”. “Quando si arriva, invece, come adesso, ad avere una quota dominante nel contributiva nel calcolo delle pensioni di quelli che escono, questo effetto diventa meno rilevante. Diventa invece rilevante il fatto che le persone se ne vanno presto rischiano di avere pensioni molto basse, diventa più rilevante la penalizzazione”, sottolinea Geroldi.  

Anticipare la pensione rinunciando ad un pezzo di assegno? Diventerà sempre più difficile. Anche con le varie ‘Opzioni’ già in campo e che potrebbero essere replicate. Tra i fattori che rendono meno appetibili che in passato l’opzione di anticipo della pensione con un taglio dell’assegno, c’è il momento economico attuale, tra guerre ed inflazione. “Un anno fa una persona -dice ad Adnkronos/Labitalia Gianni Geroldi, economista, esperto di previdenza- si poteva fare un calcolo di pensione e dire ‘me la cavo’ anche con una cifra più bassa. Dopodiché si è trovato un anno dopo con l’8-9% di inflazione e le cose cambiano”. 

Gli interventi spot in materia previdenziali, quindi, non solo “non sono adatti a risolvere i problemi del sistema pensionistico, ma non sono più neanche allettanti”, rimarca Geroldi. “Se come prevede il Def c’è un calo progressivo dell’inflazione al 3,5% il prossimo anno, per poi scendere al livelli fisiologici, è un conto. Ma, oggi, con l’incertezza che c’è, fare queste previsioni diventa molto difficile. Per cui, se l’inflazione faticasse a calare e si dovesse mantenere un po’ più alta o molto più alta di quello che si prevede, anche il tema dell’indicizzazione delle pensioni diventerà molto rilevante”, sottolinea.”Oggi sono protette dall’inflazione le pensioni fino a 4 volte il minimo, una cifra che sta intorno ai 2.300 lordi: non è una cifra gigantesca. Oltre questa cifra, l’assegno non è più indicizzato. E stiamo parlando di 1.600-1.700 euro netti, che con il costi in aumento ovunque, non sono davvero molti”, conclude Geroldi. (di Mariangela Pani) 

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