Vino: con Santa Tresa arriva in bottiglia un vitigno scomparso

(Adnkronos) – Recuperare vitigni scomparsi, con un nome che non si può pronunciare, come accade con qualcosa che non esiste più. Riportare in vita il vino dimenticato, quello che non c’è. Stefano Girelli è un viticoltore trentino con alle spalle oltre 40 anni di esperienza nel mondo del vino. In passato ha guidato tenute simbolo del loro territorio, come Casa Girelli in Trentino e Villa Cafaggio nel Chianti Classico, entrambe poi vendute. A partire dal 2001, Stefano e sua sorella Marina hanno scelto la Sicilia come loro patria d’adozione per dare vita a vini biologici e vegani simbolo della terra rossa di Vittoria, nel Ragusano. A Santa Tresa e Azienda Agricola Cortese, due realtà diverse per genotipi e terroir, situate a soli 8 km l’una dall’altra, producono Frappato e Nero d’Avola ma anche Cerasuolo di Vittoria, unica Docg dell’isola, Carricante, Catarratto e Nerello Mascalese.  

Dall’amore dei fratelli trentini per la Sicilia nasce il loro ultimo progetto: riportare alla luce un vitigno che non si trovava più, l’innominabile Orisi. Innominabile perché di fatto non esiste più ufficialmente. Ci vorranno i tempi tecnici previsti dalle normative per richiamarlo con il suo nome ma intanto il vino figlio di questa varietà, l’’O’ di Santa Tresa – questa la definizione attuale in etichetta – esiste. L’annata 2020 di questo Rosso Terre Siciliane Igp è un’edizione limitata, di poco più di 2.000 bottiglie, un inno alla rinascita di uno dei frutti di quella Sicilia che Girelli definisce “un giardino”.  

L’origine di questo vitigno è stata accertata come frutto della libera impollinazione tra Sangiovese e Montonico Bianco: presente in pochi esemplari, nei vigneti più antichi dell’area dei Nebrodi, fa parte dei cosiddetti vitigni reliquia siciliani, recuperati grazie a un ambizioso progetto sperimentale della Regione Sicilia, gestito dal vivaio regionale intitolato a Federico Paulsen a Marsala, dove è raccolto tutto il germoplasma viticolo siciliano. Un’attività inserita in un vasto piano iniziato nel 2003 denominato ‘Valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani’, che ha mirato al recupero, alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio ampelografico siciliano nella sua complessità. L’attività ha avuto tra gli obiettivi, oltre la raccolta e classificazione dei vitigni antichi cosiddetti ‘reliquia’, anche il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani in termini di utilizzazione viticola ed enologica e la registrazione di nuovi cloni regionali.  

“Abbiamo preso parte – spiega Stefano Girelli – a questo progetto con orgoglio. Siamo convinti che il recupero e la valorizzazione dei vitigni antichi rappresenti una concreta azione nella salvaguardia della biodiversità e dei territori storicamente vocati alla viticoltura. Orisi ha trovato la sua casa in un piccolo fazzoletto della nostra tenuta esposto a Nord, dove abbiamo piantato 1.523 ceppi allevati a spalliera in un terreno franco sabbioso, ricco di minerali e poggiato su uno strato di calcareniti compatte”.  

La ricerca ha preso vita nel 2003 grazie all’assessorato regionale all’Agricoltura U- nità operativa di ricerca sperimentazione e trasferimento innovazione, che ha condotto una sperimentazione triennale per il recupero della biodiversità della vite in Sicilia. Un progetto realizzato in partenariato con tre aziende vitivinicole, tra cui Santa Tresa, in collaborazione con il Centro Innovazione Filiera Vitivinicola della Regione Siciliana. Il lavoro di ricerca applicativo si è concentrato sul confronto della variabilità varietale di vitigni reliquia in siti colturali diversi sia nella Sicilia occidentale che in quella orientale, dove sorge Santa Tresa. Nel 2008 il progetto ha visto l’impianto di circa 2.830 barbatelle innestate di diversi cloni e le cui gemme sono state prelevate presso Centro vivaio governativo F. Paulsen. Si sono approfonditi gli studi delle principali varietà caratterizzanti le risorse vitivinicole della Sicilia (Grillo, Nero d’Avola e Frappato) oltre ad alcune vecchie e quasi scomparse varietà che rappresentavano un serbatoio di biodiversità per la vitivinicoltura siciliana (Albanello, Visparola, Alicante, Nocera, Orisi) e ulteriori cloni di altre varietà considerate determinanti per la conservazione e valorizzazione del germoplasma (Catarratto, Perricone, Insolia, Zibibbo, Malvasia).  

A partire dal 2012 sono state effettuate anche le prime prove di vinificazione con studio dei parametri quali-quantitativi connettendo le risultanze alla tecnica agronomica svolta in campo, al periodo e modalità di potatura (guyot nel caso del campo sperimentale di Santa Tresa) e alle epoche di vendemmia. I risultati di questa ricerca hanno consentito anche di ottenere la iscrizione di sei nuove varietà di vite da vino al Registro nazionale delle varietà di vite in un percorso di valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani. 

 

(Adnkronos)