Arca (Sisa): “Nuovo anti-colesterolo ottimizza cura e previene rischio infarto”

(Adnkronos) – “L’acido bempedoico è un farmaco molto importante perché può aiutare a curare bene l’ipercolesterolemia, in quanto sappiamo che molti pazienti affetti da questa condizione clinica non raggiungono gli obiettivi terapeutici, e non farlo significa rimanere esposti a un rischio molto alto di complicanze cardiovascolari, di andare incontro a infarto e ischemia cerebrale. Quindi avere a disposizione questa arma, che si può integrare bene con tutte le altre che già abbiamo, significa migliorare la cura dei pazienti”. Così Marcello Arca, past president della Società italiana per lo studio della aterosclerosi (Sisa), a margine della presentazione del nuovo anti-colesterolo first-in-class, durante la conferenza stampa ‘Aggiungere per ridurre: acido bempedoico per chi non r-aggiunge i target di C-Ldl’, a Roma presso l’Istituto Luigi Sturzo.  

Ma per quali pazienti è indicato il profarmaco first-in-class in mono-somministrazione giornaliera o associato ad altri trattamenti orali per abbassare ulteriormente i livelli di Ldl? “Possono utilizzare questo farmaco quei pazienti sicuramente a rischio molto alto – spiega Arca – ovvero che hanno superato un infarto o un’ischemia cerebrale, oppure presentano altre condizioni di rischio come il diabete e alterazioni della funzione renale, e per questo motivo hanno un’alta probabilità di andare incontro a complicanze quali infarto o ischemia cerebrale. Inoltre, questo trattamento è indicato per quei pazienti che non rispondono alle statine, o non le tollerano, per coloro che hanno l’ipercolesterolemia causata da meccanismi genetici: pazienti con queste caratteristiche sono più resistenti alle terapie convenzionali”.  

“Per noi medici – conclude Arca – costituisce un’arma in più per ottimizzare la cura dell’ipercolesterolemia, con la finalità di prevenire il primo evento cardiovascolare oppure evitare che i pazienti che hanno già avuto una manifestazione clinica come l’infarto vadano incontro a un secondo infarto con conseguenze ben peggiori del primo”.  

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