Hiv, indagine: apertura ai test ma l’85% di chi lo rifiuta non si sente a rischio’

(Adnkronos) – La maggior parte degli italiani conosce l’Hiv ma continua a considerare remoto il proprio rischio personale di acquisirlo. Questa percezione può ridurre il ricorso al test e, conseguentemente, alle numerose strategie di prevenzione, come emerge da ‘Tackle Hiv 2026 italia’. I risultati dell’indagine, condotta online da Research Without Barriers (Rwb) su 2.012 adulti italiani tra il 10 e il 23 marzo 2026 per ViiV Healthcare, in collaborazione con Terrence Higgins Trust, sono stati presentati a Casa Gsk durante l’incontro – oggi a Verona -“Oltre lo stigma: salute, prevenzione e inclusione”, rivolto ai dipendenti Gsk e ViiV. 

La ricerca – informa una nota – si inserisce nell’iniziativa internazionale Tackle Hiv, giunta al sesto anno, che utilizza la forza dello sport per avvicinare le comunità e favorire un cambiamento nelle conoscenze e nei comportamenti rispetto al virus. Protagonista della campagna è Gareth Thomas, ex capitano della nazionale gallese di rugby e dei British & Irish Lions. Primo giocatore professionista a dichiararsi apertamente gay nel 2009 e, dal 2019, pubblicamente persona con Hiv, Thomas ha partecipato all’evento di Casa Gsk come Hiv advocate e campaigner. “Ho scelto di raccontare la mia storia anche per ricordare che dietro le statistiche – fondamentali per comprendere il quadro dell’HIV – ci sono persone, con relazioni, sogni e progetti. Con Tackle HIV vogliamo dare voce a queste esperienze e portare la consapevolezza nelle comunità, usando la forza del rugby, e in generale dello sport, per aprire conversazioni, mettere in discussione i falsi miti e contrastare lo stigma. Una maggiore conoscenza e il superamento dei pregiudizi possono contribuire concretamente a migliorare la vita delle persone con Hiv”.  

Il primo dato riguarda la percezione del rischio di contrarre l’Hiv. Gli intervistati italiani – si legge – lo associano soprattutto agli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (79%), alle persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa (72%) e alle lavoratrici e ai lavoratori del sesso (70%). Il rischio viene riconosciuto anche per gli uomini eterosessuali (59%) e le donne eterosessuali (57%), ma con percentuali inferiori. Seguono le donne che hanno rapporti sessuali con donne (51%), le persone transgender (41%), i migranti (21%), le minoranze etniche (18%) e i bambini (14%). Soltanto il 2% degli intervistati non considera a rischio nessuna delle popolazioni proposte.  

 

“I risultati mostrano che il rischio di contrarre l’Hiv viene ancora associato soprattutto ad alcuni gruppi, quasi fosse una realtà lontana dalla propria esperienza – commenta Davide Moschese, del Dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Luigi Sacco – università degli studi di Milano, presente all’incontro -. Questa percezione può portare a sottovalutare l’esposizione personale e a rinunciare al test: non a caso, tra chi dichiara che non lo farebbe, la convinzione di non essere a rischio rappresenta di gran lunga la barriera principale”.  

Quasi sette persone su dieci – dettaglia la nota – mostrano apertura verso il test Hiv: il 27% degli intervistati dichiara di averlo già effettuato e il 42% prenderebbe in considerazione l’idea di farlo. Il 21% afferma invece che non vi si sottoporrebbe, mentre il 10% non sa rispondere. Tra chi esclude il test, la convinzione di non essere a rischio è nettamente la barriera principale, indicata dall’85%. Tutti gli altri ostacoli risultano molto meno frequenti: il costo del test (6%), la difficoltà a capire dove effettuarlo (5%), l’imbarazzo se altri ne venissero a conoscenza (3%), il desiderio di non conoscere il proprio stato sierologico (3%), la preoccupazione per l’effettuazione del prelievo o lo skin prick test (3%), la mancanza di tempo (3%), il timore che un’eventuale diagnosi venga scoperta da altre persone (2%) e altre motivazioni (3%).  

“Dobbiamo promuovere una consapevolezza più corretta e inclusiva, normalizzando il test come strumento di prevenzione attiva. Occorre renderlo sempre più accessibile e accompagnarlo con informazioni chiare su tutte le modalità di prevenzione dell’Hiv, compresa la PrEP, ancora oggi troppo poco utilizzata in Italia – aggiunge Moschese -. Le opzioni innovative oggi disponibili possono contribuire concretamente a superare lo stigma e a costruire percorsi di prevenzione e cura più personalizzati”.  

 

Le incertezze non riguardano soltanto il rischio e il test, ma anche l’effetto delle terapie sulla trasmissione del virus. Alla domanda se una persona con HIV in trattamento efficace possa trasmettere il virus a un partner sessuale, il 51% degli intervistati risponde sì, il 25% no e il 24% dichiara di non sapere. Nel complesso, tre persone su quattro non riconoscono quindi correttamente, o non conoscono affatto, il principio U = U (undetectable = untransmittable) secondo cui un trattamento con farmaci antiretrovirali efficace impedisce la trasmissione per via sessuale del virus. 

Più positiva è la percezione della vita quotidiana: il 59% degli intervistati non ritiene che convivere con l’Hiv impedisca di svolgere alcuna delle attività proposte. Tra queste figurano avere una relazione sessuale, praticare sport di contatto, viaggiare, socializzare e svolgere attività fisica, oltre a lavorare in ambiti come i servizi di emergenza, la sanità, le forze armate, l’assistenza, l’insegnamento, lo sport professionistico e l’aviazione. “La ricerca restituisce un quadro segnato da progressi importanti, ma anche da conoscenze che devono ancora consolidarsi”, afferma Cristina Zocchetti, Direttore Medico di ViiV Healthcare Italia. “Oggi, grazie all’efficacia dei trattamenti e a una presa in carico adeguata, le persone con Hiv possono avere una qualità di vita paragonabile a quella delle persone che non hanno l’infezione. Far conoscere meglio questa realtà è essenziale per colmare le lacune informative, superare le convinzioni errate e ridurre lo stigma”.  

Nel complesso, ‘Tackle Hiv 2026 Italia’ fotografa un Paese in cui la conoscenza dell’Hiv – riferisce la nota – è diffusa, ma non sempre si traduce in una corretta valutazione del rischio personale. Il divario emerge soprattutto nella convinzione di non essere esposti, che allontana dal test, e nella conoscenza ancora incompleta dell’effetto delle terapie sulla trasmissione del virus. Al tempo stesso, la maggioranza degli intervistati riconosce che le persone con Hiv possono condurre una vita piena e attiva. In questo scenario, l’innovazione può contribuire a ridurre la distanza tra ciò che oggi è possibile e ciò che le persone ancora percepiscono, rendendo il test più accessibile, avvicinando la prevenzione ai bisogni individuali e continuando a migliorare i trattamenti e la presa in carico. Affinché i progressi scientifici si traducano pienamente in salute e qualità di vita, è necessario accompagnarli con un’informazione corretta e con un impegno costante contro lo stigma.  

(Adnkronos)