(Adnkronos) – “Oggi abbiamo a Milano il professore Camillo Ricordi, che è un italiano che lavora all’università di Miami e che noi speriamo di far tornare a casa presto”. L’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, parlando a margine dell’evento che si è tenuto oggi a Palazzo Lombardia (‘Eccellenze sanitarie Lombarde’), non ne ha fatto mistero: la missione ora è quella di attrarre cervelli, dopo anni di fughe. E Ricordi è uno degli scienziati ‘corteggiati’. Ma un’eventuale simile proposta avrebbe margine? “Sì, io sto valutando la possibilità di un rientro in Italia, anche se non a tempo pieno, ma come collaborazione internazionale”, chiarisce all’Adnkronos Salute Ricordi, direttore del Diabetes research institute e del Cell transplantation center di Miami.
Negli Stati Uniti di Trump, alle prese con tagli anche alla ricerca, che aria tira? “Ci stiamo allacciando le cinture di sicurezza”, ammette, anche se la sua visione non è totalmente negativa già in partenza. E il legame dello scienziato con l’Italia in realtà non è stato reciso: “Vado avanti e indietro, per questo non sento la mancanza. Sono presidente dell’Ismett a Palermo, che adesso apre un centro che sarà il più importante in Europa di ricerche biotecnologiche, collegato all’Ismett 2 che sarà un ospedale da oltre 200 letti. Sarà unico in Europa, il numero uno. Abbiamo anche collaborazioni con Roma, in Sardegna con la Mater Olbia, con la Qatar Foundation – elenca – Insomma ci sono un sacco di realtà e non mi sono mai staccato completamente. E in questa direzione riuscire a fare qualcosa anche in Lombardia e a Milano non sarebbe male”.
“L’idea di fare una rete ‘Lombardia longevità sana’ è molto interessante, anche come esempio per l’Italia e per l’Europa. Una rete con tutti i centri lombardi pubblici e privati, una specie di risorsa trasversale che può servire poi tutta la sanità del territorio, a partire dalle associazioni di pazienti e dal primo livello di intervento, cioè prima che le persone diventino pazienti. Quindi prevenzione e intervento precoce sulle patologie nelle prime fasi, il tutto senza tradire la cura dei casi più gravi. E infine prevenzione della ricorrenza di malattia dopo una cura che ha avuto inizialmente successo”. Tornando negli Usa, la situazione sul fronte della ricerca sta senz’altro cambiando, conferma. “Certo, credo che ci saranno anche benefici. Si va dallo snellimento di tutta la burocrazia, di sovrastrutture complicate che poi diventano degli impedimenti istituzionali all’innovazione, fino al pericolo invece di fare tagli a ricerche importanti che potrebbero paralizzare la crescita e lo sviluppo delle università americane a favore di altri”.
“Secondo me dalle crisi possono arrivare anche opportunità – è la visione di Ricordi – e bisogna vedere fino a che punto arrivano i tagli, se sono più mirati a situazioni dove è necessario snellire per favorire l’innovazione e o se sono tagli che potrebbero costare caro”, pesando per esempio “sulla crescita delle biotecnologie”. “Difficoltà al momento nelle nostre attività di ricerca? Ci hanno chiamato per tagliare completamente un grant che era stato vinto all’Università di Miami, cosa già difficile perché la percentuale di successo è sotto il 10%. Quindi festeggi perché hai ottenuto il finanziamento federale competitivo e poi arriva un’email che dice direttamente: da questa settimana non ci sono più i fondi. Non dice che il grant non verrà rinnovato fra un anno per problemi di ‘affordability’, si tratta proprio di un taglio immediato, che quindi mette sulla strada anche persone”.
E in alcune situazioni, riflette, “ci sono dei disastri personali importanti. Per esempio, noi abbiamo delle ricercatrici salvate dall’Afghanistan o da altre situazioni. Se a loro salta il finanziamento e il visto significa che devono tornare a casa e fine della professione. Ora stiamo cercando di correggere il tiro e aiutare un po’ tutti quelli che possiamo”. Non significa che sia tutto nero, precisa. “Il nostro centro a Miami è un centro di translational medicine, copriamo la cosiddetta ‘valle della morte’ tra la ricerca di base e la sperimentazione clinica delle innovazioni che potrebbero avere un impatto importante. E i nostri finanziamenti sono più da privati, donazioni, rapporti con industrie, finanziamenti di collaborazione tra accademie e industrie. Il Nih (National Institutes of Health) ha un impatto magari del 30% sui nostri programmi. E’ sempre negativo” quando c’è un taglio, “ma speriamo per il futuro. Abbiamo visto che Trump spesso lancia una notizia forte e poi corregge il tiro. Per esempio potrebbe dire strategicamente: limitiamo la quota dei costi indiretti al 15%, e poi se li porta al 35% sono tutti contenti e non si accorgono che in realtà ha tagliato, scendendo dal 70% al 35%”.
Tutto questo ha costretto a rivedere un po’ i piani? “Sì – ragiona Ricordi – non è più solo una questione di vincere sull’eccellenza della proposta, ma anche di ‘affordability’: può succedere di sentirsi dire ‘il tuo progetto fantastico è stato assegnato’, e poi ‘scusa non possiamo permettercelo, tutti a casa'”. Il rischio? “Che si favoriscano i ‘Brics’ della scienza”, uno spostamento “verso Est dove ci sono un sacco di collaborazioni molto produttive, dall’Europa al Medio Oriente all’Asia”.
Uno spostamento del focus, quindi: non saranno più gli Usa l’eldorado della scienza. “Fino ad adesso gli Usa sono stati praticamente il centro, il posto dove sviluppare nuove terapie, ma adesso sta diventando una situazione in cui ci sono le terapie più costose, la regolamentazione più impegnativa e alla fine diminuirà l’impatto a livello internazionale. La Cina sta già passando avanti, i nostri collaboratori in Cina sulle staminali e la medicina generativa stanno dando i risultati più importanti al mondo. E anche il Giappone: al summit in Vaticano con il premio Nobel Shyn’ya Yamanaka è emerso che hanno già 12 trial sulle cellule staminali. Ci sono Paesi che saranno in grado di mettere in pista delle regolamentazioni che permettono lo sviluppo di nuove terapie, progetti o anche aeree pilota o centri di dimostrazione, come appunto il Giappone, la Corea del Sud. Bisogna anche creare le infrastrutture, le possibilità poi di attuare questi programmi a partire dai comitati etici specializzati, programmi di demonstration project o programmi pilota, opportunity zone come per il commercio anche per la ricerca transnazionale”.
E l’Italia? “Io ho cercato sempre di aiutare per quello che posso centri e realtà italiane”, dice Ricordi. “Gli Usa non voglio abbandonarli completamente anche perché abbiamo dei progetti molto importanti che sono appena partiti lì, sia come trial clinici con le staminali per il diabete che per le malattie croniche renali, e per intercettare la progressione. Ma trasferire delle basi in Italia di progetti nati negli Usa sì. Farei un po’ l’inverso di quanto fatto fino ad adesso, che era portare idee di brevetti italiani che poi vengono realizzati negli Stati Uniti. Magari ora il tempo è maturo anche per riportare tecnologie e risorse in Italia”. La volontà resta sempre quella di gettare un ponte che superi l’Oceano e gli è valsa anche riconoscimenti. “Mi hanno appena annunciato che mi verrà consegnato il premio Pair a ottobre a Roma, un premio per i rapporti tra Stati Uniti e Italia”, chiosa.