Ucraina, l’infermiere italiano al confine: “Quei bimbi malati in fuga dai rumori delle bombe”

(Adnkronos) – Da una decina di giorni operano al confine fra Polonia e Ucraina. Li chiamano ‘scout’: sono operatori che hanno la missione di mettere in piedi un sistema. In questo caso organizzare al meglio il trasporto di pazienti che arrivano dal Paese alle prese con il conflitto fino alle zone di frontiera e poi, a bordo di aerei, raggiungono l’Italia. Destinazione: un posto sicuro dove proseguire le cure. Un posto sicuro come non è più il loro ospedale, la loro città diventata teatro di guerra. I passeggeri sono per lo più bimbi malati di tumore, con le loro mamme e fratellini. Il team dell’Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) della Lombardia finora ne ha organizzati 5 di questi voli, portando via “una trentina di pazienti con le loro famiglie, quindi oltre 60-70 persone”, spiega all’Adnkronos Salute uno di loro, Diego Saggiante, coordinatore infermieristico rientrato dalla Polonia al termine della sua missione.  

La squadra fa base nella città di Rzeswóv “in una posizione centrale rispetto agli 8 valichi di frontiera da cui avviene il passaggio dei profughi – riferisce dall’Italia il direttore generale dell’Areu, Alberto Zoli – e in prossimità di un aeroporto internazionale”, nel quale atterrano e poi ripartono gli aerei provenienti dall’Italia che li porteranno lontani da bombe, colpi di mortaio, rifugi, sirene, case distrutte. “Due bambini ci chiedevano se anche qui si sentiva sparare e bombardare”, racconta Saggiante. Vogliono lasciarsi alle spalle i rumori della guerra. 

“Hanno avuto tante sfortune – osserva – già la guerra lo è in sé, è qualcosa di inimmaginabile. E hanno paura. Faccio solo un esempio: in questi giorni fra i piccoli pazienti che abbiamo portato via, c’erano due bimbi con le loro mamme. Quando dovevamo sistemarli non hanno voluto due camere diverse, volevano stare insieme, perché sono spaventati”. Nel team al lavoro in Polonia “c’è un medico, ci sono io e un altro infermiere, un interprete che è davvero importante perché ci permette di superare la barriera linguistica, e tre autisti soccorritori”, elenca. “Ognuno è importante per il lavoro di squadra che stiamo facendo”.  

“Per noi è un lavoro speciale – dice Saggiante – Queste persone vengono fuori da una guerra, hanno dei bimbi malati, con tumori anche piuttosto avanzati. Io ho un figlio di 15 anni. E c’è solo da immaginare la disperazione di una madre in questa situazione, con un figlio che deve fare la chemio o la radioterapia, ma non può farla perché l’ospedale è distrutto, perché mancano farmaci, perché la situazione è difficile con la corsa continua ai rifugi, e non ha nessuna possibilità se non andare via in una destinazione dove può proseguire la cura. In più vengono scaraventati in una realtà nuova, dopo aver magari camminato per ore per passare il confine, mentre gli uomini della famiglia rimangono in Ucraina”.  

“In questa situazione complicata – prosegue – abbiamo cercato di dare loro supporto”, con questa operazione “che sia chiama MedEvac, evacuazione medica, che è il nostro target. Chi vuole fuggire e sta bene si muove con gli autobus, riesce a organizzarsi, segue un percorso diverso. Ma un paziente no, non può e non ce la fa. Noi prendiamo questi bimbi, raccogliamo tutta la loro storia, li visitiamo, trasmettiamo la loro documentazione clinica, che ci viene tradotta dall’interprete, alla Centrale remota delle operazioni di soccorso sanitario (Cross). E la Cross, che raccoglie le disponibilità di tutti gli ospedali italiani, in base alla storia clinica di ogni paziente lo smista nell’ospedale che è il meglio per il tipo di patologia che ha”. Fra i pazienti che sono stati trasportati “anche un malato impossibilitato a muoversi, in barella”. Il passeggero più piccolo? “Un bimbo di un anno, un anno e mezzo”.  

“Quello che ci ha colpito è anche che abbiamo trovato ovunque tantissima solidarietà. Negli ospedali ci hanno accolto e ci hanno dato tutto quello di cui avevamo bisogno – evidenzia Saggiante – Al momento siamo organizzati nel ricevere le persone da trasportare in alcune strutture ricettive della zona dove li facciamo arrivare con il supporto di Ong come Soleterre. Negli alberghi ci hanno riservato il massimo dell’accoglienza: in una struttura pensavano che saremmo ripassati con i bambini prima di partire, e avevano comprato le brioche da dare a loro e alle famiglie. Quando arrivano i piccoli pazienti danno loro vestiti, li aiutano tanto con quello che serve. In aeroporto abbiamo canali preferenziali, ci aiutano a portare i bagagli ed accompagnare le persone”.  

“Da soli qui non si fa niente – precisa Saggiante – e noi abbiamo fatto squadra, e abbiamo ottenuto il massimo supporto dai nostri colleghi dell’Agenzia che operano dalla Lombardia. Abbiamo aperto un po’ la strada. Per noi l’obiettivo era già portare dei pazienti che sapevamo di dover trasferire in Italia. Ma poi ci siamo mossi, siamo andati sulla frontiera, nei centri di accoglienza e abbiamo avviato relazioni, per espandere la nostra azione. Abbiamo trasportato anche altri pazienti, per esempio una donna con tumore al seno che deve essere operata urgentemente e andrà in Italia. Ora passiamo le consegne al nuovo gruppo composto da colleghi dell’ospedale Gaslini di Genova, con il quale l’attività potrà anche ampliarsi”.  

“Fra le persone che abbiamo portato ci sono anche pazienti che sono arrivati direttamente nei checkpoint, subito al di qua del confine polacco – aggiunge Zoli – Il team dell’Areu va anche a recuperare i pazienti nei punti dai quali sono usciti dall’Ucraina. Questa dove operano è l’area più importante, la Polonia da sola ha quasi il 65% del passaggio dei profughi. Quindi, mettendoci al centro di quest’area, possiamo andare a raccogliere i pazienti anche da altri centri di accoglienza che sono a un’ora e mezzo o due”.  

Il momento più bello? “Vederli partire – conclude Saggiante – vedere che hanno delle speranze. Io mi commuovo quando li vedo salire sull’aereo, perché penso che hanno attraversato un Paese in guerra, che hanno perso tanto, forse non hanno più una casa, qualcuno non ha più i parenti o non sa dove sono perché sono dispersi, e hanno camminato magari per 4 ore per attraversare il confine. Tu li prendi e li porti qui, li carichi su un aereo ed è un’emozione vederli sorridere. Io e il mio collega ci facciamo la foto con ognuno di loro, li salutiamo e restiamo a vedere l’aereo che si alza in volo. E’ senza dubbio il momento più bello”. 

(Adnkronos)