Silicon Valley Bank: causa crac, rimedi e rischi per Italia

(Adnkronos) – Quasi una versione made in Usa del celebre ‘whatever it takes’ di Mario Draghi la mossa che ha circoscritto i rischi per i risparmiatori derivanti dal crac della Silicon Valley Bank: l’allora governatore della Bce nel 2012 si mosse per salvare l’euro, nelle ultime ore la Fed e l’esecutivo americano hanno parlato sulla stessa falsariga per evitare il pericolo di contagio per il sistema bancario.  

Ieri il presidente Usa Joe Biden è intervenuto per tranquillizzare i cittadini e il mercato: nessuna perdita a carico dei contribuenti e il sistema resta solido, i suoi messaggi. Per evitare ricadute si è mosso tutto il sistema finanziario americano a partire dalla Fed che si è impegnata ad accettare obbligazioni del governo al loro valore di libro. Del resto Janet Yellen, segretario al Tesoro negli Usa dal 26 gennaio 2021, è stata presidente della Federal Reserve dal 2014 al 2018: conosce bene e stima Mario Draghi cui è stata accanto durante la crisi dell’euro guidando la Fed negli anni della grande crisi finanziaria. 

 ABI – “Le banche saltano in aria per due motivi: carenze di liquidità o problemi di solidità patrimoniale. Ho il sospetto che per questa banca americana sia avvenuto il combinato disposto dei due” afferma il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in merito alla vicenda Silicon Valley Bank. “Questa banca – sottolinea – era stata esonerata da rispettare i requisiti di liquidità, ma la deregulation negli Stati Uniti viene da lontano: è stata una delle cause prima della crisi dei subprime poi del grande crac di Lehman Brothers e ora di Svb”. 

Le banche, rileva Patuelli, “sono società di estrema complessità, non hanno solo due piatti sulla bilancia, l’attivo e il passivo, per cui l’equilibrio è qualcosa di estremamente complesso, ecco perché il lassismo è rischioso. Quando le banche centrali alzano i tassi di interesse, per gli istituti di credito non è una festa generalizzata. I vantaggi si vedono subito e sono l’aumento dei ricavi, ma gli svantaggi si vedono solo più tardi: la crescita del costo della raccolta e le minusvalenze appunto sui portafogli titoli e le crisi di imprese che si traducono in insolvenze e sofferenze”. 

Per quanto riguarda un rischio sistemico per l’Italia, il presidente dell’Abi spiega: “Solo le autorità di vigilanza e il ministro dell’Economia, in quanto presidente del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, possono avere un quadro completo. Ho letto dichiarazioni rassicuranti di Giorgetti che condivido sulla base di ragionamenti. Primo: Lehman Brothers era una crisi sistemica di una tra le banche più grandi, cosa che non è Svb. Secondo: da Lehman è passato un quindicennio, un periodo usato bene in Europa e Italia per realizzare l’Unione bancaria con la vigilanza unica che ha portato all’aumento delle soglie di patrimonio indispensabile. Terzo: le nostre banche hanno 400 miliardi investiti in titoli di Stato che producono riserve di liquidità e il rischio minusvalenza si combatte con portafogli obbligazionari non a lunghissima scadenza”. 

 FABI – Il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, durante la trasmissione Mattino Cinque News in onda su Canale 5, spiega che “l’origine del dissesto della Silicon Valley Bank sta nell’aumento dei tassi di interesse. L’incremento del costo del denaro in America ha spinto la banca californiana a investire la liquidità dei conti correnti dei suoi clienti in fondi con conseguenti scadenze, di interessi, molto lunghe nel tempo. Poi è successo quello che in molti prevedevano: la Federal Reserve, l’equivalente della nostra Banca centrale europea, alza il costo del denaro per combattere l’inflazione”.  

Conseguentemente, rileva, “le aziende start up della Silicon Valley, clienti della banca, avendo bisogno di liquidità, per sostenere i loro importanti investimenti, hanno considerato più conveniente utilizzare i loro depositi, il loro denaro invece di indebitarsi, perché era diventato troppo costoso. Improvvisamente tutti i clienti hanno iniziato a fare la fila presso le agenzie della banca per ritirare i loro depositi senza che la banca potesse restituirli in quanto la stessa banca li aveva investiti altrove. I problemi iniziano dal momento in cui la clientela ha iniziato a ritirare il proprio denaro. Da qui è partito tutto, il dissesto della banca e tutti i timori nel resto nel mondo, perché in molti ricordano il precedente della Lehman Brothers, il più grande fallimento bancario della storia americana e mondiale”. 

“Le banche italiane sono solide – afferma Lando Maria Sileoni – hanno indici di liquidità molto alti, pari al 160%, molto di più del livello minimo pari al 100%: quindi dispongono di molta liquidità molto oltre i minimi stabiliti dalle leggi e la nostra vigilanza è molto attenta. Le banche europee hanno 3mila miliardi di euro di liquidità in eccesso e, a differenza di quelle americane, ci sono ampi margini per garantire i correntisti nel caso di qualsiasi crisi”.  

“Stiamo comunque monitorando con molta attenzione quello che sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti. Le regole, per fortuna, in Europa – rileva Sileoni – sono molto diverse rispetto a quelle americane e sulle banche c’è una vigilanza, talora criticata, ma costantemente informata e molto attenta alla stabilità dei singoli operatori e del settore nel complesso. È la prova che le banche, seppur in ottica di mercato e di concorrenza, hanno bisogno di una supervisione specifica, anche da parte della politica”.  

In Europa e nell’area euro in particolare, poi, rileva ancora Sileoni, “ci sono controlli molto costanti e severi da parte della vigilanza che è gestita dalla Banca centrale europea. Questo sistema di controlli fa emergere tempestivamente anomalie e casi critici, garantendo la possibilità di interventi immediati ed efficaci. In America, da sempre, i controlli sono molto più morbidi e sono diventati addirittura meno incisivi ed efficaci anche dopo il 2008 e il default di Lehman Brothers”. 

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