Vaticano, i soldi del Papa per i poveri in paesi off shore: domani al via processo

Si apre domani alle 9.30 in Vaticano il processo per lo scandalo finanziario legato all’investimento del palazzo londinese di Sloane Avenue. Alla sbarra dieci tra finanzieri, funzionari della Santa Sede e alti prelati, tra cui Angelo Becciu, ex sostituto alla Segreteria di Stato ‘licenziato’ dal Papa e privato delle prerogative legate al cardinalato, che sarà il primo porporato ad essere giudicato con la nuova legge che consente al Tribunale d’Oltretevere di giudicare anche i cardinali nelle cause penali. 

La mega indagine da cui nasce il processo ha preso avvio dalle denunce presentate rispettivamente dallo Ior nel luglio 2019 e dall’Ufficio del Revisore Generale nell’agosto successivo, da cui venne fuori, tra l’altro, come la Segreteria di Stato avesse impiegato i soldi del Papa destinati ai poveri, come quelli dell’Obolo di San Pietro, “in fondi che, a loro volta, investivano in titoli di cui il cliente non era messo a conoscenza nonché in fondi, di dubbia eticità, allocati in Paesi off shore come Guernsey e Jersey, ad alto rischio speculativo”.  

A quanto emerge dalla citazione a giudizio, al 30 settembre 2018, in particolare, la Segreteria di Stato risultava “avere contratto finanziamenti passivi per circa 256 mln di euro a fronte dei quali erano state rilasciate garanzie agli istituti finanziari per circa 516 mln di euro, sotto forma di pegno sui titoli e sui valori in deposito presso gli istituti”. Furono proprio le risultanze di queste denunce, nelle quali si evidenziava peraltro “una certa reticenza di funzionari della Segreteria di Stato nel fornire indicazioni al Revisore”, che portarono il Papa, nel luglio del 2020, ad autorizzare “con apposito provvedimento ad applicare, sino alla conclusione delle indagini, le forme della istruzione formale e a adottare, ove necessario ed in deroga alle disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare nelle attività di accertamento dei fatti collegati alle denunce dello Ior e dell’Ufficio del Revisore Generale”. 

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A quanto si legge nelle carte dell’accusa, “la denuncia dell’Ufficio del Revisore si soffermava in particolare sulle operazioni poste in essere dalla Segreteria di Stato negli anni compresi tra il 2013 ed il 2014 ed il 30-9-2018 con particolare riguardo ai principali processi e dati patrimoniali ed economici della Segreteria di Stato. Una delle principali anomalie messe in evidenza dall’Ufficio del Revisore era costituita dal fatto che la maggioranza delle attività finanziarie della Segreteria di Stato risultava depositata presso il Credit Suisse, nelle cui filiali svizzere e italiana, risultava depositato il 77% del portafoglio gestito”. 

“Oltre ai rilievi concernenti i conflitti di interesse sottesi a rapporti bancari, quel che emergeva dall’analisi del Revisore è costituito dal fatto che una consistente parte dei depositi derivanti in massima parte dalle donazioni ricevute dal Santo Padre per opere di carità e di sostentamento della Curia Romana (c.d. Obolo di San Pietro), era risultato impiegato in fondi che, a loro volta, investivano in titoli di cui il cliente non era messo a conoscenza nonché in fondi allocati in Paesi off shore come Guernsey e Jersey, ad alto rischio speculativo e di dubbia eticità”. 

La “circostanza certamente più rilevante tra quelle evidenziate dal Revisore”, sottolineano i magistrati vaticani, è che “tutto l’attivo depositato presso Credit Suisse risulta essere costituito in pegno a garanzia dei finanziamenti passivi concessi da tale banca alla Segreteria di Stato per finanziare degli investimenti immobiliari a Londra. Dalle relazioni del Revisore, in sostanza, emerge che il 30-9-2018 la Segreteria di Stato risultava “avere contratto finanziamenti passivi per circa 256 mln/euro a fronte dei quali erano state rilasciate garanzie agli istituti finanziari per circa 516 mln/euro, sotto forma di pegno sui titoli e sui valori in deposito presso gli istituti”. 

“Quel che l’Ufficio del Revisore sin dall’inizio poneva in evidenza – si sottolinea nel documento – era costituito dal fatto che l’Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato aveva deciso di accendere finanziamenti passivi con istituti di credito in ragione del maggior rendimento – rispetto al costo del denaro – conseguibile attraverso gli investimenti”.  

Tutto ciò, aggiungono i magistrati dell’Ufficio del promotore di Giustizia, “oltre far emergere i contorni chiaramente speculativi delle operazioni ed esporre l’intero Stato a rischi patrimoniali e reputazionali (come purtroppo avvenuto), ha evidenziato come la Segreteria di Stato abbia impiegato fondi ricevuti per finalità benefiche (Fondo Obolo e Fondi Intitolati), che per loro natura non possono essere impiegati per finalità speculative, per svolgere operazioni ad elevatissimo rischio finanziario e, comunque, con finalità certamente incompatibili con quelle che li hanno generati”. 

Il banker molisano Gianluigi Torzi avrebbe paventato esplicitamente alla Segreteria di Stato una possibile cessione a terzi della proprietà dell’immobile di Londra, acquisito dal Vaticano per l’uscita dal fondo di Raffaele Mincione, arrivando addirittura a realizzare una brochure per pubblicizzare la vendita del palazzo di Sloane Avenue. E’ quanto si ricostruisce nella citazione a giudizio dello stesso Torzi e degli altri nove tra finanzieri, funzionari della Santa Sede e alti prelati, per i quali domani si apre il processo in Vaticano.  

I magistrati d’Oltretevere, nel circostanziare “la situazione di condizionamento” in cui la Segreteria di Stato si era venuta a trovare nel dicembre 2018, quando Torzi si era rifiutato di trasferire a titolo gratuito le mille azioni con diritto di voto della Gutt Sa che aveva trattenuto per sé conservando la piena disponibilità dell’immobile, citano una relazione fatta pervenire dal Sostituto della Segreteria di Stato Edgar Pena Parra: “Abbiamo iniziato il negoziato per uscire da questa incresciosa situazione creatasi con Torzi e quindi a riprendere il pieno controllo del Palazzo (…) – racconta Pena Parra – Dopo un primo tentativo, respinto dal Torzi, di risoluzione a titolo gratuito di tutti i rapporti contrattuali, la Sds ha dovuto avviare altrimenti le migliori azioni di tutela del proprio patrimonio”.  

Tuttavia, “un risvolto negativo importante” del ricorrere a “un’azione legale era soprattutto l’estensione dei tempi di mantenimento della gestione dello stesso asset nelle mani del Torzi con un aggravamento del rischio all’epoca attuale e concreto di ulteriori atti di gestione del patrimonio in danno della Sds, inclusa la cessione a terzi delle 1000 azioni con diritto di volto e quindi dell’intero palazzo. Quest’ultima denegata conseguenza era stata, infatti, più volte paventata dal Torzi in sede di contrattazione bonaria della sua uscita, fino alla realizzazione di una brochure ad hoc per la vendita del Palazzo”. 

In questo frangente, ricostruiscono i magistrati vaticani, mons. Perlasca, “il quale si era ormai evidentemente reso conto della strumentalizzazione alla quale era stato sottoposto da parte di Tirabassi e Crasso, aveva assunto una posizione intransigente, che lo porterà ad essere posto in disparte, sollecitando la presentazione di una iniziativa giudiziaria a tutela degli interessi della Segreteria di Stato”. 

Agli inquirenti infatti ha dichiarato: “Io ho sempre sostenuto che la SdS doveva denunciare Torzi ed i suoi sodali. Tutti, in SdS conoscevano questa mia posizione. Questo ha provocato il mio allontanamento”.  

“La conclusione – osservano i magistrati vaticani – è che da questo momento Mons. Alberto Perlasca, che avrebbe voluto investire la magistratura, fu messo da parte mentre Fabrizio Tirabassi, come visto e come si vedrà, è rimasto al suo posto continuando a giocare dalla sua posizione la sua partita. Secondo Gianluigi Torzi, Fabrizio Tirabassi sarebbe stato capace di mantenere il suo spazio, nonostante i ‘pasticci’ commessi, grazie alla forza ricattatoria che sarebbe stato in grado di esercitare sui vertici della Segreteria di Stato, per le informazioni riservate concernenti la vita privata di persone dell’apparato amministrativo della stessa Segreteria. L’ipotesi, benché suggestiva, non è stata tuttavia suffragata né dalle perquisizioni e dai sequestri eseguiti nello Stato, né dalle acquisizioni effettuate in Italia a seguito di commissione rogatoria”. 

Mons. Mauro Carlino, segretario prima di Becciu e poi di Edgar Pena Parra alla Segreteria di Stato vaticana, avrebbe compiuto un’azione intimidatoria nei confronti del banker Gianluigi Torzi in concomitanza con la definizione degli accordi che determinarono la definitiva acquisizione del palazzo di Londra da parte della Santa Sede. E’ quanto emerge dal decreto di citazione a giudizio del Tribunale Vaticano. 

A raccontare l’episodio agli inquirenti, che lo definiscono “inquietante”, è proprio Torzi. Il momento, si spiega nelle carte, è quello della fase terminale della trattativa per convincere Torzi a rimettere al Vaticano le mille azioni con diritto di voto che di fatto impedivano alla Segreteria di Stato di disporre effettivamente del palazzo di Sloane Avenue a Londra. Immobile che era stato rilevato a caro prezzo dalla Santa Sede per assicurarsi l’uscita dall’investimento non redditizio nel fondo Athena di Raffaele Mincione.  

In una memoria agli atti, Torzi scrive: “Il mattino del 1 maggio, inaspettatamente si presentava presso il mio appartamento di Londra Don Mauro Carlino accompagnato da un soggetto con l’aspetto poco rassicurante. Rimanevo vieppiù sorpreso non solo perché la sua visita non mi era stata preannunciata ma anche perché la sua presenza fisica alla stipula dell’accordo non sarebbe stata necessaria. Il prelato con una risata sarcastica, mi riferiva di essere venuto a Londra per convincermi con ogni mezzo e nonostante il mio problema di salute a recarmi presso gli uffici di MdR per firmare il contratto. Sempre con sarcasmo, mi diceva che lui ed i suoi amici erano a disposizione per accompagnarmi lo stesso giorno per la firma e/o se avessi avuto bisogno di qualcosa per i miei bambini, ripetendomi quest’ultima circostanza per ben due volte. Per me il messaggio fu inequivocabile. Risposi che dopo poco sarei dovuto andare in clinica ma che sicuramente il mattino dopo mi sarei recato, in qualsiasi condizione, per firmare l’accordo da MdR”.  

La circostanza è stata poi confermata da Torzi nell’interrogatorio di giugno 2020: “Confermo la vicenda relativa al mio ‘prelievo’ a Londra da parte di Mons. Carlino”, ha detto Torzi in quell’occasione riconoscendo la persona che aveva accompagnato mons. Carlino a Londra in una foto. L’individuo in questione è stato poi identificato in un uomo poi risultato una sorta di guardia del corpo di Carlino, legato al titolare di una ditta di investigazioni private che per conto di mons. Carlino avrebbe effettuato numerosi accertamenti ed indagini private nei confronti di soggetti interni ed esterni alla Santa Sede. 

“Nell’ambito degli accordi di Londra tra la Segreteria di Stato e Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi non aveva concordato con la Segreteria di Stato alcun compenso ed alcun incarico perché in realtà una volta messo piede in Vaticano pensava di poter in tutto e per tutto sostituirsi al finanziere che lo aveva preceduto e poter anche lui, come fatto dal suo predecessore, mettere mano sull’ingente disponibilità finanziaria della Segreteria di Stato”, usata “come il leggendario pozzo di San Patrizio”. E’ questa la tesi dei magistrati vaticani, che, nella citazione a giudizio dello stesso Torzi e degli altri nove tra finanzieri, funzionari della Santa Sede e alti prelati per i quali domani si apre il processo in Vaticano, ricostruiscono i passaggi che hanno portato il banker molisano a mettere a segno l’ipotizzata estorsione da 15 milioni di euro ai danni della Santa Sede per ‘restituire’ la piena disponibilità del palazzo di Londra. 

Al momento degli accordi di Londra, Torzi, secondo l’accusa, ha un problema finanziario da risolvere, legato alla ‘campagna’ di sostenimento delle sorti di una banca italiana che stava navigando in cattive acque, vale a dire la Banca popolare di Bari. Nel corso delle indagini sono perfino state reperite nel cellulare di mons. Mauro Carlino, segretario prima di Becciu e poi di Pena Parra, delle immagini che riprendono una riunione presso gli uffici londinesi del banker a cui risulta presente Vincenzo De Bustis, manager di PopBari. 

Con De Bustis Torzi stava concordando la sottoscrizione di un bond da 30 mln euro che, secondo gli inquirenti, “verosimilmente grazie agli accordi assunti con Fabrizio Tirabassi ed Enrico Crasso (il primo funzionario amministrativo della Segreteria di Stato e il secondo gestore delle finanze della Santa Sede, ndr) egli pensava di poter sottoscrivere con i fondi del Vaticano” da veicolare attraverso la società Muse ventures ltd “che, tuttavia, all’epoca era dotata di un capitale di 1.200 euro”. Dunque, secondo i magistrati, “è la sottoscrizione degli strumenti finanziati proposti da Gianluigi Torzi la vera posta in gioco che in quel momento Tirabassi e Crasso, probabilmente per allettare l’imprenditore molisano, palesavano come possibile”. D’altra parte, “questo – non certamente quello dell’amministratore di condominio – è il vero lavoro di Gianluigi Torzi”. 

A un certo punto però Torzi si rende conto che le cose non stanno andando per il verso giusto: “Crasso e Tirabassi – dice agli inquirenti – tergiversavano rispetto la proposta da loro inizialmente formulata di sottoscrivere prodotti finanziari (…) In realtà loro non volevano sottoscrivere nessun prodotto finanziario. In questo periodo loro dovevano tenermi buono perché a mio parere dovevano ancora definire la loro strategia anche se io in quel momento stavo reclamando gli impegni che avevano assunto con me”. La circostanza sembra confermata anche dal file audio della riunione avvenuta presso l’Hotel Bulgari di Milano il 19 dicembre 2018: quello che emerge dalla conversazione, “oltre il tono perentorio a tratti aggressivo e minaccioso di Gianluigi Torzi a fronte dell’atteggiamento dimesso e succube manifestato da Crasso e Tirabassi”, sottolineano gli inquirenti, è “la palese rimostranza dimostrata dal Torzi per il fatto che non era stata mantenuta la promessa di sottoscrivere i suoi prodotti finanziari”. 

“Sfumata, dunque, la possibilità di attingere alle risorse del Vaticano per sottoscrivere il bond della Banca popolare di Bari, dunque – sottolineano i magistrati vaticani -, Gianluigi Torzi ha mutato la sua strategia ponendo in essere il ricatto di cui si è già riferito manifestando chiaramente la volontà di non restituire le azioni della Gutt Sa se non a fronte dell’esborso di una ingente somma di denaro”. 

Sarebbe stato redatto dall’avvocato di Gianluigi Torzi, Nicola Squillace, il memorandum sul quale il cardinale di Stato Pietro Parolin ha vergato a mano l’autorizzazione alla stipula dei contratti con il banker molisano “e nel quale – sottolineano gli inquirenti vaticani – si può metaforicamente affermare è scolpito il reato di truffa”. La questione è l’acquisizione del palazzo di Londra da Raffaele Mincione che la Segreteria di Stato decise di triangolare attraverso Torzi, in un’operazione che poi impedirà però al Vaticano di entrare nel pieno possesso dell’immobile perché il banker molisano trattenne per sé le uniche mille azioni con diritto di voto della società Gutt Sa che deteneva la proprietà del palazzo. Questo il testo dell’autorizzazione di Parolin riportato nella richiesta di citazione a giudizio dell’Ufficio del promotore di Giustizia vaticano:  

“Dopo aver letto questo Memorandum, alla luce anche delle spiegazioni fornite ieri sera da Mons. Perlasca e dal Dott. Tirabassi, avute assicurazioni sulla validità dell’operazione (che porterebbe vantaggi alla Santa Sede), la sua trasparenza e l’assenza di rischi reputazionali (che, anzi, verrebbero superati quelli legati alla gestione del Fondo Gof) sono favorevole alla stipulazione del contratto. Grazie. PParolin 25-11-2018”. 

Gli inquirenti vaticani parlano di “impressionante opera di disinformazione”: nel memorandum sottoposto a Parolin non si fa menzione infatti della duplice categoria di azioni della Gutt Sa che poi avrebbe consentito a Torzi di gestire in piena autonomia il palazzo di Londra e di condurre in porto quella che i magistrati ipotizzano essere una estorsione da 15 milioni alla Segreteria di Stato. “La semplice lettura del memorandum evidenzia, con buona pace di quanti hanno sostenuto che la Segreteria di Stato fosse informata, come non vi sia un solo accenno all’esistenza delle diverse classi di shares”, sottolineano i magistrati. 

Nella relazione fatta pervenire ai magistrati vaticani, Pena Parra racconta che, informato “verbalmente e sommariamente” dei fatti da Perlasca che gli sollecitava la sottoscrizione dei contratti (in realtà da lui già firmati), gli chiese “un approfondimento in un memorandum utile a presentare l’istanza al Cardinale Segretario di Stato e al Santo Padre per la loro valutazione in merito, dato il mio recente arrivo nel ruolo ricoperto”.  

“Il Segretario di Stato – riferisce Pena Parra – ci ha ricevuto il venerdì 23-11-2018. All’incontro, oltre al sottoscritto, erano presenti Mons. Perlasca ed il dott. Fabrizio Tirabassi […] i quali hanno presentato al Segretario di Stato lo status quaestionis sulla base del memorandum di pari data”. Il memorandum in questione è lo stesso documento redatto dall’avvocato Squillace in calce al quale Parolin vergherà a mano l’autorizzazione. 

Pena Parra spiega poi di aver appreso delle mille azioni con diritto di voto della Gutt Sa rimaste a Torzi solo il giorno dopo, il 24 novembre, quando chiese a Perlasca la documentazione in suo possesso. “In seguito alla prima lettura dei documenti consegnatimi – sottolinea il Sostituto – la prima cosa che mi ha sorpreso è stato constatare che l’operazione era articolata su due contratti, il Framework Agreement e lo Share Purchase Agreement (SPA), entrambi già sottoscritti da Mons. Perlasca in data 22-11-2018, cioè nello stesso giorno in cui mi ha informato per la prima volta del tema, in autonomia totale e prima ancora che la questione, come da me richiesto, fosse portata all’attenzione del Cardinale Segretario di Stato e del Santo Padre” 

“Ho comunicato a Mons. Perlasca – scrive ancora Pena Parra – che ero assolutamente in disaccordo con il percorso già intrapreso da lui, con la sottoscrizione dei contratti, segnalandogli le mie perplessità. Inoltre, ho richiesto al Monsignore se la Segreteria di Stato si avvalesse di un legale di parte nell’operazione e Mons. Perlasca mi ha risposto che ci servivamo dell’avv. Squillace, una persona che lui conosceva. Più tardi si è scoperto che tale avvocato (…) lavorava in effetti per Torzi”. 

Pena Parra a questo punto pone a Perlasca una serie di domande e di approfondimenti da sottoporre a Squillace ricevendo rassicurazioni circa l’affidabilità delle risposte ricevute dall’avvocato contenute in un documento che si scoprirà poi, si legge nelle carte, essere stato redatto da Tirabassi, con la collaborazione di “tutti i principali protagonisti della vicenda, a partire da Gianluigi Torzi, dall’avv. Intendente e dall’avv. Squillace, i quali, di concerto con il prof. Giovannini, hanno sostenuto Fabrizio Tirabassi, evidentemente in difficoltà (rectius: in confusione), nel rapportare in maniera credibile e, soprattutto, convincente, ai Superiori quanto accaduto a Londra”. Un documento che per inquirenti vaticani “è un altro importantissimo reperto documentale perché in esso è materialmente scolpita, come avvenuto in occasione della predisposizione del memorandum, l’opera di disinformazione posta in essere per occultare la realtà dei fatti”. 

Come ha ricordato Pena Parra “una volta ricevuto il benestare del Cardinale Segretario di Stato, oltre che del Santo Padre (che la domenica 25-11-2018 aveva chiesto al Sostituto di ‘voltare pagina e ricominciare da capo’), sulla base delle rassicurazioni dell’avv. Squillace e di Mons. Perlasca è stata perfezionata l’operazione attraverso la ratifica avvenuta in data 27-11-2018 all’operato di Perlasca e l’emissione in data 29-11-2018 dell’ordine di bonifico di 40 mln di sterline in favore di Raffaele Mincione”, mentre il 3 dicembre, dopo il bonifico, “avveniva la cessione delle quote della 60 SA Limited alla Gutt Sa”. “Si può affermare, dunque – chiosano gli inquirenti -, che la sottoscrizione degli accordi del 22-11-2018 è non solo avvenuta senza alcuna consapevolezza da parte della Segreteria di Stato della esistenza delle 1.000 voting shares ma della impressionante opera di disinformazione orchestrata e sapientemente posta in essere dal gruppo di persone imputate per sorprendere la buona fede degli organi della Segreteria deputati a formare e rappresentare la volontà dell’Istituzione”. 

(Adnkronos)