Consegnato l’Arlecchino d’Oro a Damiano Michieletto regista tra tradizione e sguardo contemporaneo

MANTOVA – Un riconoscimento al talento e alla capacità di rinnovare la tradizione operistica. È stato consegnato questa sera al Teatro Sociale di Mantova l’Arlecchino d’Oro a Damiano Michieletto, in occasione della rappresentazione de Il Barbiere di Siviglia, di cui il regista firma regia e sceneggiatura.
Il premio, promosso dal Comune di Mantova e dalla Fondazione Artioli, è stato consegnato in teatro dal vicesindaco Giovanni Buvoli e dalla presidente della Fondazione Artioli Federica Restani, affiancati dal direttore artistico della Fondazione Raffaele La Tagliata e dal presidente del Teatro Sociale Paolo Protti. Michieletto ha ringraziato sottolineando «l’onore di ricevere un riconoscimento così importante, che negli anni è stato assegnato ad alcuni dei nomi più grandi del teatro contemporaneo». Un premio che, ha aggiunto, «mi incoraggerà a fare ancora meglio».

Nel suo Barbiere di Siviglia, il regista ha spiegato di aver scelto di trasportare i personaggi in un mondo surreale, trasformandoli in maschere moderne ispirate alla Commedia dell’Arte. Una lettura visiva e simbolica che emerge chiaramente in scena: Don Basilio, verde d’invidia come un basilisco; Figaro con capelli e baffi che richiamano un’astuzia volpina; Don Bartolo, vestito di bianco, simile a un bulldog panciuto e geloso; Rosina, in rosso, colore della passione che la lega a Lindoro.
«È un cast molto reattivo, composto da interpreti giovani capaci di usare il corpo sul palcoscenico e non solo la voce – ha spiegato Michieletto –. È un modo per prendere la grande tradizione italiana dell’opera e renderla fresca, gioiosa e vivace».

Durante l’incontro con i giornalisti nel pomeriggio, il regista ha parlato anche del suo nuovo film, Primavera, in uscita nelle sale il 25 dicembre. Un’opera che ruota attorno alla musica e che vede come il personaggio di Antonio Vivaldi quale coprotagonista. «Nel film Vivaldi è raccontato come un uomo con limiti e difetti, non celebrato ma mostrato nella sua sofferenza e solitudine – ha spiegato –. Un artista consapevole del proprio talento, ma che non si sente riconosciuto. D’altronde parliamo di un uomo morto poverissimo, sepolto in una fossa comune a Vienna, dimenticato per due secoli e riscoperto quasi per caso».
Michieletto si conferma dunque un regista capace di rinnovare i linguaggi del teatro e dell’opera senza reciderne le radici, tenendo vivo il dialogo tra tradizione e contemporaneità.