Referendum giustizia, Colombo e Castelli: “indebolisce la magistratura. Il No tutela i cittadini”

MANTOVA – Una Sala degli Stemmi di Palazzo Soardi gremita ha fatto da cornice ieri sera all’incontro con Gherardo Colombo, ex magistrato divenuto noto per l’inchiesta ‘Mani Pulite’, e Claudio Castelli, già presidente della Corte d’Appello di Brescia, protagonisti di un articolato dialogo a sostegno delle ragioni del “No” al prossimo referendum. L’iniziativa, organizzata dai comitati “Giusto dire No” e “Società civile per il No al referendum costituzionale”, con il sostegno di numerose associazioni e della Cgil, ha richiamato un pubblico numeroso e attento. Nel corso del confronto, moderato dalla giornalista Paola Cortese, i due relatori hanno illustrato le motivazioni dell’opposizione alle modifiche previste dal referendum, scegliendo un linguaggio semplice e accessibile per superare la complessità tecnica della materia e arrivare al cuore delle questioni, con argomentazioni comprensibili a tutti.

Castelli ha aperto il suo intervento parlando di un attacco all’autonomia della magistratura e allo strumento che la garantisce, il Consiglio Superiore della Magistratura, organo costituzionale cui spetta il compito di “governare” la vita professionale dei magistrati, decidendo concorsi, trasferimenti e sanzioni disciplinari.
«In questi anni il Csm ha tutelato in modo efficace la magistratura, consentendole di svolgere il proprio compito libera da condizionamenti – ha spiegato –. La riforma stravolge completamente la disciplina costituzionale, suddividendolo in tre organi: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, che non avranno il potere di decidere sui giudizi disciplinari, affidati invece a un terzo organo di nuova istituzione, l’Alta Corte disciplinare». In questo modo, ha evidenziato Castelli, il Csm, chiamato a tutelare l’indipendenza della magistratura, verrebbe frammentato in tre organismi di minore forza.

Sulla stessa linea Colombo, che ha sottolineato la pericolosità della riforma, a suo avviso capace di distruggere lo strumento di tutela dei magistrati, mettendo a rischio la loro indipendenza e producendo ricadute dirette anche sui cittadini.
«La garanzia delle persone è quella di avere un giudice indipendente – ha affermato –. Se frazioniamo o eliminiamo l’argine del controllo, saranno i cittadini più fragili e meno potenti a pagarne le conseguenze, perché ciascuno di noi può trovarsi coinvolto in un procedimento penale e deve essere certo che non esistano influenze sul giudizio». Con un linguaggio ironico e diretto, l’ex magistrato ha portato esempi di situazioni, sia minime sia di più ampia portata, in grado di incidere profondamente sulla vita di tutti.
«Il giudice deve avere caratteristiche di terzietà, cioè di equidistanza dalle parti. Se mancano norme che la garantiscano con sicurezza, si profila un pericolo», ha spiegato, soffermandosi poi sull’errata percezione dei ruoli di pubblico ministero, avvocato difensore e giudice.
«Il pm non è una figura che punta comunque alla condanna dell’imputato, ma colui che ha il compito di ricostruire imparzialmente i fatti e presentarli al giudice nel modo più corretto possibile. L’avvocato difensore, invece, è parziale per definizione ed è suo dovere difendere l’imputato».

Da qui l’introduzione del tema, particolarmente delicato, della separazione delle carriere.
«Fare il pm è una scelta responsabile – ha proseguito Colombo – oggi quasi irrevocabile. Il tanto discusso passaggio da una carriera all’altra avviene in una percentuale bassissima di casi: i vincitori del concorso in magistratura scelgono subito se lavorare come giudici o come pm e possono chiedere di cambiare funzione una sola volta nella vita professionale, entro il decimo anno di servizio e a condizione di cambiare sede regionale. Su circa 9.000 magistrati, solo lo 0,4 per cento decide di cambiare funzione».Dati che, secondo Colombo, rendono pretestuosa l’affermazione secondo cui il giudice sarebbe pregiudizialmente favorevole al pm solo perché entrambi appartengono alla magistratura e provengono dallo stesso concorso.
È stato inoltre sottolineato come il “Sì” al referendum non inciderebbe in alcun modo sulla durata dei processi né ridurrebbe il rischio di errori giudiziari.

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dei sorteggi, definiti il “cavallo di battaglia” dei sostenitori del Sì. Alla platea, costantemente coinvolta dal confronto, è stata illustrata la composizione del Csm.
«Se cambiasse il meccanismo di elezione dei componenti – ha spiegato Colombo – i membri di designazione politica sarebbero estratti a sorte da un elenco precompilato dal Parlamento a maggioranza semplice, senza il coinvolgimento delle opposizioni. In questo modo l’elezione sarebbe il frutto di scelte politiche di maggioranza che vanno a costruire l’elenco dei sorteggiabili. Ecco il conflitto: nella nostra vita non estraiamo a sorte le persone di cui ci fidiamo. La scelta è un principio fondamentale della libertà e si basa sulla fiducia. Davanti alla giustizia è meglio non avere persone estratte a sorte e indicate dal Parlamento».Anche Castelli ha richiamato i compiti delicatissimi del Csm, determinanti in molte occasioni, sottolineando come il suo indebolimento esponga l’indipendenza della magistratura al rischio di condizionamenti esterni, in particolare di natura politica. Un pericolo che riguarda non solo i casi più eclatanti, ma anche quelli apparentemente più ordinari: una lite tra vicini o una causa ereditaria. In tutte queste situazioni, i cittadini si rivolgono a un giudice aspettandosi che valuti e decida senza influenze esterne.
La conclusione dei due relatori è stata unanime: l’indipendenza della magistratura è un elemento essenziale della democrazia, perché consente ai cittadini di affidare i propri contenziosi a un soggetto imparziale, con la certezza che i loro interessi e diritti siano tutelati.

Elisabetta Romano