MANTOVA – Un confronto serrato, a tratti molto acceso, ma utile a mettere in fila le due letture opposte della riforma costituzionale sulla giustizia. È quanto emerso nei giorni scorsi, nell’incontro pubblico “Le ragioni del Sì e del No a confronto”, nella Sala degli Stemmi, moderato dalla giornalista Antonia Bersellini Baroni, che ha scelto una formula dinamica, con domande rivolte ai due fronti e interventi distribuiti tra i relatori del comitato favorevole e di quello contrario. Per il fronte del Sì sono intervenuti il presidente della Camera Penale di Mantova, l’avvocato Sebastiano Tosoni, il segretario provinciale di Forza Italia Michele Falcone e l’avvocato Salvatore Scalia, membro del direttivo di Fratelli d’Italia Mantova. Per il fronte del No hanno preso la parola l’avvocato Maddalena Grassi, il segretario provinciale del Partito Democratico di Mantova Adriano Stabile e il consigliere regionale Marco Carra. In apertura, il confronto è stato incardinato su una breve cornice tecnica affidata ai due avvocati. Tosoni ha spiegato che il cuore della riforma riguarda soprattutto la modifica degli articoli 104 e 105 della Costituzione, con la separazione tra magistratura giudicante e requirente, la nascita di due distinti Consigli superiori della magistratura e il trasferimento della funzione disciplinare a un’Alta Corte. Grassi ha aggiunto che i cambiamenti investono complessivamente sette articoli della Carta e ha richiamato il significato del referendum costituzionale, ricordando che si tratta di un passaggio attivato dopo il mancato raggiungimento della maggioranza qualificata in Parlamento.
Sul piano politico, Falcone ha sostenuto che il voto favorevole servirebbe a completare un percorso riformatore avviato da decenni, insistendo sulla necessità di rafforzare la terzietà del giudice e di scardinare il peso delle correnti interne alla magistratura. A suo giudizio, il nodo più sensibile è proprio il sorteggio dei membri togati, che sottrarrebbe le nomine alle logiche correntizie. Scalia ha ribadito che la riforma si collega al principio del giusto processo e alla necessità di garantire un giudice davvero “terzo e imparziale”, difendendo anche l’istituzione dell’Alta Corte come strumento per superare quella che ha definito una forma di “giustizia domestica”. Di segno opposto le argomentazioni del fronte del No. Stabile ha sostenuto che la riforma non interviene né sui tempi né sull’efficienza della giustizia e che il vero rischio è un indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Carra ha insistito sul metodo, giudicando grave che su un assetto costituzionale tanto delicato non sia stato cercato un accordo largo, e ha letto l’intervento come un tentativo di ridurre l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Anche Grassi ha espresso forti perplessità, osservando che la separazione delle carriere non risponderebbe a un’emergenza reale e che il meccanismo del sorteggio potrebbe produrre improvvisazione e minore autorevolezza negli organi di autogoverno.
Uno dei passaggi più animati ha riguardato proprio il tema del sorteggio e delle correnti. Falcone ha rivendicato il sorteggio come antidoto a un sistema di appartenenze che, a suo dire, oggi finisce per orientare carriere e nomine. Dall’altra parte, Stabile e Carra hanno sostenuto che la democrazia vive anche di rappresentanza e che sostituire la selezione con l’estrazione rischia di indebolire l’autonomia della magistratura anziché rafforzarla. Al centro del confronto anche la responsabilità disciplinare dei magistrati. Scalia ha richiamato i dati sulle ingiuste detenzioni per sottolineare, secondo il fronte del Sì, la sproporzione tra errori e sanzioni disciplinari effettive. Grassi ha replicato che non si può attribuire alla riforma una funzione riparatoria rispetto a problemi che attengono piuttosto all’organizzazione degli uffici e alla carenza di personale, mentre Stabile ha rimarcato che il ministro già oggi può attivarsi quando ritiene insufficiente l’autogoverno disciplinare. Nella parte finale il dibattito si è spostato sulla domanda più concreta: perché un cittadino comune dovrebbe sentire “suo” questo referendum. Qui Tosoni ha riportato il discorso sul diritto di ogni persona a essere giudicata da un giudice davvero terzo, distinto per carriera e cultura professionale da chi sostiene l’accusa. Stabile, al contrario, ha invitato a guardare al quadro complessivo, collegando la riforma a un più ampio tentativo di ridimensionare i contrappesi istituzionali. Falcone ha insistito sulla necessità di non disertare le urne, definendo il voto un passaggio importante di partecipazione democratica, mentre Grassi ha invitato alla prudenza, sostenendo che quando non si comprendono fino in fondo le conseguenze di una modifica costituzionale sia più ragionevole respingerla. Il confronto si è chiuso senza punti di contatto reali tra i due fronti, ma con una nettezza di posizioni che ha reso chiaro al pubblico il nocciolo dello scontro: da una parte chi vede nella riforma uno strumento per rafforzare terzietà del giudice e responsabilità dei magistrati, dall’altra chi la considera un intervento capace di alterare l’equilibrio costituzionale tra i poteri


















