MANTOVA – L’ondata di caldo estremo del 2026 rischia di infliggere un colpo da oltre 1,5 miliardi di euro all’agricoltura italiana. Secondo il rapporto Fao-Wmo Extreme Heat and Agriculture citato da Cia-Agricoltori Italiani, le temperature sopra la media non sono più un’eccezione ma un rischio sistemico che brucia raccolti, riduce le produzioni e causa la perdita globale di 500 miliardi di ore di lavoro all’anno.
L’impatto si riflette pesantemente sulle filiere agroalimentari e minaccia di provocare rincari per i consumatori.
Le temperature anomale e la scarsità idrica colpiscono direttamente la produttività del settore primario:
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Allevamenti: Lo stress termico e l’umidità compromettono il benessere animale. Si registra un calo del 20% nella produzione di latte e uova, oltre a problemi di fertilità.
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Ortofrutta: Frutta e verdura sono esposte a scottature solari e cali di resa, con conseguente sfasamento dei calendari di raccolta.
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Grandi colture: Mais e soia subiscono colpi di calore letali, proprio nel momento in cui il loro fabbisogno d’acqua è massimo.
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Il nodo idrico: L’Italia sconta ancora la mancanza di infrastrutture adeguate. Dalla storica crisi del Po nel 2022 (che dimezzò mais e soia e tagliò del 30-40% l’ortofrutta), il Paese continua a rincorrere le emergenze senza una sufficiente capacità di accumulo dell’acqua.
Secondo Cia il tempo è scaduto: per difendere le aziende e la sovranità alimentare italiana serve una strategia nazionale dell’acqua basata su tre pilastri:
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Infrastrutture resilienti: Ammodernamento immediato delle reti idriche per evitare dispersioni e costruzione di nuovi bacini di accumulo (invasi).
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Tecnologia nei campi: Diffusione di sistemi di irrigazione di precisione, sensori e riutilizzo delle acque reflue depurate.
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Ricerca e tutele: Sviluppo di varietà vegetali più resistenti al caldo, nuove tecniche agronomiche di adattamento e strumenti rapidi di copertura contro il rischio climatico.


















