MANTOVA – Sei ore di auto dalla Slovenia e, prima ancora, un mese trascorso praticamente in isolamento. Per David Szalay l’arrivo a Mantova, la sua prima volta in città, ha rappresentato quasi un brusco ritorno alla dimensione pubblica. «Sono stato un mese isolato. Arrivare qui è un po’ scioccante», ha ammesso. Poche parole, pochi sorrisi, risposte essenziali: un modo di essere che sembra riflettere perfettamente la sua scrittura, asciutta, diretta e capace di lasciare al non detto un peso decisivo.
Vincitore del Booker Prize 2025 con “Flesh”, pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo “Nella carne”, Szalay è stato protagonista ieri al Festivaletteratura di un’intensa conversazione con Sandro Veronesi in piazza Castello. Al centro dell’incontro il romanzo che negli ultimi mesi ha conquistato lettori e critica e, soprattutto, il suo enigmatico protagonista István.
Figlio di padre ungherese e madre canadese, Szalay ha costruito un personaggio che concede pochissimo di sé. István parla poco, non offre spiegazioni e raramente permette al lettore di entrare direttamente nei suoi pensieri. A raccontarlo sono soprattutto le sue azioni e, ancora di più, il suo corpo. Il romanzo lo accompagna dall’adolescenza alla maturità, dall’Ungheria degli anni Novanta alla Londra del nuovo millennio, attraversando sesso, guerra, lavoro, ascesa sociale, famiglia e perdita. Una vita segnata da svolte enormi che Szalay racconta senza enfasi, quasi registrandole attraverso la materia concreta dell’esistenza. «Il sentimento prevalente del romanzo è la sorpresa», ha spiegato lo scrittore. Una sorpresa che nasce soprattutto durante l’adolescenza, quando István scopre la distanza fra ciò che pensa di essere e il corpo che cambia e impone nuove esigenze. «Il protagonista è travolto dalle richieste del corpo adulto. La scoperta dello scarto tra la coscienza e il corpo avviene proprio nel passaggio all’adolescenza».È lì che comincia una delle riflessioni centrali di “Nella carne”: quella sensazione, comune a tutti, di abitare il proprio corpo senza coincidere completamente con esso. Per Szalay è proprio in questa distanza che si annidano «molta confusione e molta sofferenza».
Nel libro la scoperta del sesso e delle pulsioni è raccontata senza sovrastrutture. «Siamo tutti innocenti finché non scopriamo le regole del sesso», ha osservato lo scrittore. Per István la perdita di quell’innocenza coincide con il rapporto con una vicina molto più grande di lui, un incontro destinato a mettere in moto l’intera vicenda. Ma parlare di corpo, per Szalay, non significa ridurre l’uomo alla propria dimensione fisica. «Il mio impegno è quello di scrivere e raccontare le esperienze radicate nel mondo fisico. Tutte le esperienze sono radicate lì e le altre seguono», ha spiegato. «Noi siamo principalmente corpi, ma non possiamo limitarci a vedere le cose in un modo semplicistico».
Ed è stato proprio Veronesi a spostare la riflessione dall’adolescenza all’altra estremità della vita. «A me, invece, sta capitando di diventare vecchio. Inciampo, mi perdo all’aeroporto. Il mio corpo, in questo caso, è in totale contrasto con la mia coscienza. Ma quello che casca non è un vecchio, bensì una persona che crede di non inciampare». Alla fisicità si intreccia continuamente l’amore, anche quando nel romanzo sembra quasi non essere nominato. Szalay preferisce raccontarlo attraverso ciò che produce, le conseguenze che lascia nei rapporti tra amanti, genitori e figli. È, ancora una volta, una scrittura per sottrazione: eliminare le formule più riconoscibili per lasciare emergere ciò che si nasconde dietro.
Lo stesso accade nei dialoghi. István è tutt’altro che un grande conversatore, eppure proprio le conversazioni costituiscono una delle parti più importanti del romanzo. Risposte brevi, silenzi, frasi apparentemente banali diventano strumenti per creare tensione, perché davanti a chi cerca di capire c’è continuamente un personaggio che oppone una barriera. Veronesi ha accostato questa capacità di fare avanzare la storia attraverso dialoghi puri alla scrittura di Carlo Cassola e agli sceneggiatori della commedia all’italiana. Una semplicità soltanto apparente, perché dietro quelle poche parole si apre un universo che Szalay evita accuratamente di spiegare al lettore. E lo scrittore ha mantenuto lo stesso atteggiamento anche parlando di sé: nessun elenco di maestri letterari, nessun catalogo dei libri indispensabili. La reticenza, in fondo, appartiene a lui quasi quanto al suo István.
Qualcosa sul futuro, però, Szalay lo ha concesso. Sta lavorando a un nuovo romanzo, ancora lontano dall’essere completato. «Amore e morte sono i temi principali su cui sarà incentrato», ha anticipato. Poi, quasi tornando inevitabilmente al libro che lo ha portato a vincere il Booker Prize, ha aggiunto: «Ma, a pensarci bene, anche “Nella carne” è un libro di sentimenti forti».


















