MANTOVA – Una Piazza Castello gremita in ogni angolo, con persone in piedi, sulle sedie e assiepate fino al porticato. Alessandro Barbero ieri è tornato a conquistare il pubblico di Festivaletteratura con una lezione dedicata a San Francesco d’Assisi, nell’anno in cui ricorrono gli 800 anni dalla morte del santo.
Un lunghissimo applauso ha accolto lo storico sul palco che si è trovato davanti una piazza completamente rapita dal suo racconto. Per oltre un’ora il pubblico ha seguito una ricostruzione capace di intrecciare fonti, leggende, biografie scomparse e contraddizioni, alla ricerca dell’uomo che si nasconde dietro l’immagine ormai universale del santo.
Dal curioso parallelo tra San Francesco e Mussolini
Il viaggio è partito da lontano, esattamente da cento anni fa. Nel 1926, quando si celebravano i sette secoli dalla morte di Francesco e l’Italia era ormai entrata nella dittatura fascista, l’editore mantovano Franco Paladino pubblicò un opuscolo di don Paolo Ardali che cercava di stabilire un improbabile parallelismo tra San Francesco e Benito Mussolini. Entrambi avevano combattuto in guerra, entrambi avrebbero conosciuto la fame e la fatica del lavoro materiale. Persino il seguito popolare diventava un elemento utile all’accostamento: tutti volevano seguire Francesco così come, nella lettura celebrativa del tempo, tutti avrebbero voluto seguire Mussolini. Un esempio paradossale che Barbero ha utilizzato per introdurre uno dei temi centrali della sua lezione: quanto sia difficile ricostruire il vero Francesco attraverso le tante biografie, agiografie e narrazioni nate nei decenni successivi alla sua morte. Tra le fonti più vicine al santo c’è la “Leggenda dei tre compagni”, che racconta un Francesco molto diverso dall’immagine già cristallizzata del santo: figlio di un ricco mercante, bravo a guadagnare ma anche a spendere, amante della bella vita e degli abiti ricercati. Poi, intorno ai 25 anni, la conversione.
«Va’ e ripara la mia Chiesa»
Uno degli episodi più celebri è quello del crocifisso di San Damiano che avrebbe parlato a Francesco ordinandogli: «Va’ e ripara la mia casa». Barbero ha invitato a non fermarsi alla lettura letterale del racconto: nel Medioevo ogni episodio assumeva un valore simbolico e ciò che contava era soprattutto il significato che quella storia trasmetteva. Francesco inizialmente ha interpretato quelle parole concretamente, mettendosi a sistemare la chiesa e arrivando a portare lui stesso i mattoni sulle spalle. Ma quella “casa” da riparare, nella ricostruzione proposta dallo storico, era in realtà molto più grande: era la Chiesa stessa.
Con i primi compagni, che Francesco non chiamava “ordine” ma fratellanza, il futuro santo si è quindi recato a Roma da Innocenzo III, mendicando e vivendo di ciò che gli veniva offerto. Voleva predicare il Vangelo scegliendo la povertà assoluta, ma restando sempre obbediente alla Chiesa.
Le versioni dell’incontro con il Papa sono numerose. Una delle più note racconta che Innocenzo III avesse sognato San Giovanni in Laterano sul punto di crollare, sostenuto soltanto sulle spalle da un piccolo uomo malvestito. Quell’uomo sarebbe stato Francesco. Ed è qui che il racconto ha raggiunto il cuore della riflessione di Barbero: Francesco è arrivato in un momento in cui la Chiesa rischiava di perdere il contatto con la gente. La società stava cambiando, le città crescevano, circolava più denaro e sempre più persone imparavano a leggere il Vangelo, rimanendo colpite dalla povertà di Cristo e degli apostoli. La Chiesa non poteva ignorare quella domanda.
La povertà come messaggio rivoluzionario
Francesco non è stato il primo a proporre un ritorno alla povertà evangelica. Prima di lui altri movimenti avevano percorso la stessa strada, spesso finendo fuori dalla Chiesa. La sua rivoluzione è stata diversa: ha portato quell’esigenza dentro la Chiesa senza mettersi contro la Chiesa.
«La povertà totale è un messaggio rivoluzionario», è stato uno dei concetti centrali della lezione. Ma Francesco non ha denunciato apertamente il Papa, i vescovi o i sacerdoti e non ha neppure costruito la propria predicazione contro i ricchi o contro le disuguaglianze sociali. La sua forza è stata l’esempio. Mentre il mondo correva dietro al denaro, i suoi seguaci sceglievano di essere “frati minori”, i più piccoli di tutti, senza sentirsi migliori degli altri. In questo modo Francesco ha mostrato che dentro la stessa Chiesa potevano convivere i grandi palazzi e la gestione del potere, ma anche una vita completamente spogliata dei beni materiali. Il successo è stato enorme. Sempre più persone hanno voluto seguirlo e la fratellanza si è rapidamente diffusa in Italia e all’estero, fino a contare, alla morte di Francesco, centinaia di comunità e migliaia di frati. Ed è stato proprio il successo a far emergere le contraddizioni.
I libri, le case e le contraddizioni dell’ordine
Francesco voleva una povertà assoluta, ma con la crescita del movimento sono arrivate donazioni, case e conventi. I frati hanno cominciato a studiare e ad avere bisogno di libri, oggetti costosissimi e difficili da conciliare con l’idea di non possedere nulla. Per Francesco il problema non era soltanto economico. Lo studio rischiava di trasformare i frati in uomini convinti di sapere più degli altri, allontanandoli da quella condizione di ultimi tra gli ultimi che considerava essenziale. Lui voleva uomini capaci di parlare con l’esempio e con il cuore, non una nuova élite di intellettuali. Con il tempo, però, proprio ciò che Francesco temeva è in parte accaduto: sono nate gerarchie, i francescani sono diventati studiosi e insegnanti nelle università e l’ordine si è trasformato profondamente.
Anche il racconto della vita del santo è progressivamente cambiato. Nel 1260, a poco più di trent’anni dalla sua morte, si è deciso di arrivare a una biografia ufficiale, la “Legenda Maior” di Bonaventura da Bagnoregio. Le altre versioni vennero progressivamente accantonate e nel 1266 ne fu ordinata la distruzione. Molte andarono perdute, altre sono riemerse nei secoli in biblioteche e archivi, restituendo un Francesco più complesso, tormentato e contraddittorio rispetto a quello tramandato dalla tradizione ufficiale. Ed è proprio quel Francesco, uomo prima ancora che icona, che Barbero ha riportato davanti al pubblico di Piazza Castello: radicale nella scelta della povertà, insofferente alle compromissioni, ma sempre deciso a restare dentro la Chiesa. Un uomo che, otto secoli dopo, continua così a interrogare il presente.
















