CASTELBELFORTE – Si chiude la procedura sugli esuberi alla Mantua.it: la riduzione dell’organico è stata realizzata attraverso pensionamenti e uscite volontarie incentivate. Ad annunciarlo sono il gruppo Italpizza, cui fa capo lo stabilimento, e Fai Cisl e Uila Uil, che hanno sottolineato il rispetto dell’accordo sindacale e l’assenza di licenziamenti imposti. Un bilancio sul quale resta però una profonda divisione: la Flai Cgil, che non ha sottoscritto l’intesa, contesta gli effetti complessivi dell’operazione e chiede di guardare anche alle conseguenze sul personale in somministrazione e su chi continua a lavorare in fabbrica.
La riorganizzazione era stata avviata nei mesi scorsi nel quadro di un percorso riguardante l’innovazione dei prodotti e dei processi produttivi. Italpizza ribadisce la centralità del sito mantovano nelle proprie strategie: «Lo stabilimento di Castelbelforte è al centro di un programma di importanti investimenti volto a rafforzarne il ruolo di polo produttivo strategico per il Gruppo».
Il passaggio decisivo per la gestione degli esuberi è stato l’accordo del 30 luglio, sottoscritto da Mantua.it con Fai Cisl e Uila Uil nell’ambito della procedura aperta in Regione Lombardia. L’intesa sanciva la priorità da assegnare alle adesioni volontarie: una strada che, stando al consuntivo aziendale, ha consentito di coprire integralmente il fabbisogno previsto.
«Le uscite sono state accompagnate da incentivi economici e, per lavoratori e lavoratrici prossimi alla pensione, da misure specifiche – spiega Italpizza –. L’accettazione delle candidature da parte di Mantua.it ha consentito, al tempo stesso, di tenere conto delle esigenze di continuità organizzativa e produttiva dello stabilimento».
Il gruppo considera così rispettati gli impegni assunti e presenta la conclusione della procedura come l’avvio di una nuova fase dello sviluppo industriale di Castelbelforte, rivendicando «il proprio senso di responsabilità e coerenza».
Il risultato era già stato comunicato dalla direzione aziendale a Fai Cisl e Uila Uil nell’incontro di lunedì 12 ottobre, dunque prima della scadenza fissata. In quella sede, riferiscono le due organizzazioni, è arrivata anche la conferma che «dal 16 ottobre non sono previste ulteriori uscite di personale».
Gennaro Pesce, segretario generale della Uila Uil Mantova, esprime soddisfazione per l’esito della trattativa: «Il nostro obiettivo era chiaro fin dall’inizio: evitare licenziamenti imposti, garantire la libera scelta dei lavoratori e costruire le migliori condizioni economiche possibili per chi avesse deciso volontariamente di lasciare l’azienda».
Ciro Di Lena, segretario territoriale della Fai Cisl Asse del Po, accompagna il giudizio sull’accordo con un impegno: «È un passaggio importante, che va letto tenendo conto delle preoccupazioni e delle difficoltà vissute in questi mesi dalle lavoratrici e dai lavoratori. Come Fai Cisl continueremo a svolgere il nostro ruolo con responsabilità, senza abbassare la guardia. La vicenda occupazionale non esaurisce i problemi presenti in azienda e sono ancora molte le questioni che richiedono attenzione e risposte concrete».
Tra le priorità indicate dai sindacati firmatari figura la stabilizzazione dei lavoratori in somministrazione che hanno maturato una lunga anzianità di servizio all’interno dello stabilimento. Il confronto dovrà inoltre concentrarsi sul consolidamento dei volumi produttivi, sulla stabilità dell’occupazione e sulle prospettive industriali di Mantua.it. Per Fai Cisl e Uila Uil, la contrattazione dovrà dare continuità alle tutele ottenute e affrontare le questioni rimaste aperte, con l’obiettivo di assicurare prospettive stabili a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori.
FLAI CGIL: “SI CHIUDE UNA PROCEDURA, MA NON SI CANCELLANO LE RESPONSABILITÀ”
Di segno nettamente diverso la posizione della Flai Cgil Mantova. «Fai Cisl e Uila Uil hanno sottoscritto un accordo con l’azienda, pur essendo minoritarie in termini di rappresentatività, e sembrano voler mettere la coscienza a posto richiamando la previsione di uscite volontarie per i lavoratori diretti – osservano Ivan Papazzoni, segretario generale, e Gianluca Casu, della segreteria –. Ma un accordo non si può giudicare soltanto da ciò che concede ad alcuni. Bisogna guardare anche a ciò che lascia sul campo e alle persone che ne hanno pagato il prezzo».
Sono tre le vicende sulle quali il sindacato fonda questa contestazione. Anzitutto i «trasferimenti forzati di alcuni lavoratori, costretti a subire decisioni che incidono concretamente sulla loro vita e sul loro futuro». Poi l’interruzione del rapporto di lavoro di sette lavoratrici in somministrazione: donne che, secondo quanto riferisce la Flai, prestavano servizio in azienda da anni e sono state le prime a subire le conseguenze occupazionali della riorganizzazione. Infine l’appalto presente nella stessa unità produttiva, attraverso il quale, denuncia il sindacato, si starebbero sostituendo dipendenti diretti con manodopera esterna.
La critica riguarda quindi il perimetro entro cui valutare l’accordo: la volontarietà delle adesioni dei dipendenti diretti, per la Flai, non basta a descrivere quanto accaduto all’insieme delle persone impiegate nello stabilimento.
«Un accordo sindacale non dovrebbe servire a rendere accettabile qualsiasi sacrificio, né può diventare uno schermo dietro cui nascondere le contraddizioni delle scelte aziendali – sostengono Papazzoni e Casu –. La tutela del lavoro non si misura soltanto contando quante persone possono uscire volontariamente. Si misura anche dalla capacità di difendere chi vuole continuare a lavorare».
La presa di posizione investe anche le condizioni quotidiane nei reparti. La Flai ritiene tuttora irrisolti i problemi della sicurezza e giudica sempre più inadeguata l’organizzazione del lavoro. A sostegno di questa valutazione riporta le segnalazioni che afferma di avere ricevuto dopo la riduzione degli organici.
«Ad oggi, a causa della riduzione degli organici, ci segnalano pause saltate o insufficienti, ritmi di lavoro insostenibili e, in alcuni casi, l’impossibilità di usufruire persino delle necessarie pause fisiologiche. A ciò si aggiunge l’impiego di lavoratori con limitazioni lavorative in postazioni non adeguate alle loro condizioni, con il rischio di aggravare le problematiche di salute e compromettere ulteriormente la sicurezza sul lavoro».
Per il sindacato queste criticità derivano da scelte organizzative che fanno ricadere il peso dell’intervento sui dipendenti. È una contestazione che arriva a mettere in discussione la finalità stessa dell’operazione: «Dietro un’operazione presentata come una riorganizzazione si intravede soprattutto una logica di riduzione dei costi, senza che siano stati affrontati in maniera adeguata i problemi strutturali dell’organizzazione del lavoro».
Alla prospettiva di sviluppo illustrata dall’azienda, la Flai contrappone le proprie richieste: «Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di costruire un modello organizzativo più efficiente e sostenibile, ci saremmo aspettati investimenti, interventi concreti sulla sicurezza, una migliore distribuzione dei carichi di lavoro e una strategia capace di valorizzare le competenze e l’esperienza delle persone. Non tagli occupazionali, precarizzazione e maggiore ricorso agli appalti».
Una vertenza che, secondo Flai, si trascina da anni senza un cambiamento sostanziale nella cultura aziendale e nell’organizzazione del lavoro: una situazione che il sindacato ritiene «sempre più distante dall’evoluzione del mondo del lavoro nel territorio».
«Il 15 ottobre può segnare la fine di una procedura, ma non la fine delle responsabilità», ribadiscono. La Flai conferma quindi il proprio impegno a fianco dei lavoratori e mantiene aperte tutte le contestazioni avanzate: «La lotta per i diritti continua».
















