PALIDANO (GONZAGA) – Una pagina di storia locale rimasta a lungo nascosta tra le pieghe del tempo e riportata alla luce dalle ricerche dell’infermiere e storico Attilio Pignata, redattore di Cronache Sanitarie e autore di numerosi studi sulla sanità del Basso Mantovano. Pochi sanno che tra le mura della magnifica villa-corte seicentesca Villa Strozzi a Begozzo, a Palidano, ha trovato sede per ben diciassette anni – dal 1929 al 1946 – un grande istituto psichiatrico.
L’apertura nel 1929 e la vita nell’ospedale psichiatrico
Inaugurato il 17 luglio 1929 e gestito dai fratelli bolognesi Eugenio e Luigi Gardini previa autorizzazione ministeriale, l’Istituto Mantovano per frenastenici (termine che all’epoca indicava le persone con deficit dello sviluppo psichico) arrivò a ospitare tra i 400 e i 500 degenti.
La direzione sanitaria vide alternarsi medici di rilievo come il dottor Italo Barosi di Moglia, il dottor Paolo Gaifami di Suzzara e il dottor Domenico Vescovini di Mantova, affiancati da capoinfermieri, personale assistenziale e dalle suore dell’ordine delle Piccole Figlie di Parma. In un’epoca priva di moderni psicofarmaci o sedativi, le cure facevano ricorso a metodi duri ma ritenuti standard all’epoca – come l’elettroshock, l’uso della camicia di forza o le iniezioni di insulina per indurre crisi calmanti – all’interno di turni massacranti di quindici ore al giorno per medici e infermieri.
Tra gli aneddoti più vividi tramandati dai residenti e raccolti dai familiari, resta quello delle domeniche pomeriggio degli anni ’40, quando i degenti, accompagnati dal personale, percorrevano a piedi cinque chilometri all’andata e altrettanti al ritorno per raggiungere il campo sportivo di Suzzara e assistere alle partite di calcio, riconoscibili dal peculiare berretto con visiera e dalla mantellina.
Dagli anni bui della guerra alla chiusura nel 1946
Il periodo bellico rappresentò una fase drammatica: l’arrivo di treni di sfollati da manicomi bombardati nel Vicentino e nel Casertano portò a un forte sovraffollamento. Tra le testimonianze più drammatiche emerge il rischio sventato nel 1944, quando un reparto di truppe tedesche occupò il parco della villa per installarvi il proprio quartier generale, minacciando di fucilare i degenti considerati “vite inutili”, evitata solo grazie alla strenua mediazione della direzione.
Con la fine del conflitto, la crisi amministrativa e l’esplodere di gravi problemi sanitari come la tubercolosi portarono alla chiusura definitiva della struttura nel 1946. L’epilogo fu segnato da un trasferimento apocalittico dei pazienti superstiti verso il manicomio di Parma, ordinato con il dispiegamento di carabinieri, guardie e automobili per recuperare chi tentava la fuga, chiudendo così una complessa e dimenticata parentesi della storia sanitaria mantovana.






















