Sessant’anni fa l’alluvione di Firenze. L’ostigliese Bianconi tra gli Angeli del fango: “Quell’esperienza mi cambiò la vita”

OSTIGLIA – Doveva restare a Firenze soltanto tre o quattro giorni. Alla fine ne trascorse una decina, immerso nel fango, tra libri da salvare, abitazioni devastate e famiglie che avevano perso tutto. Aveva appena diciassette anni, era uno studente liceale e uno scout. Non poteva sapere che quel viaggio, intrapreso per dare una mano a una città in ginocchio, avrebbe cambiato per sempre il suo modo di guardare il mondo. Sessant’anni dopo, il professor Mauro Bianconi, ostigliese, uno degli «Angeli del fango» custodisce ancora il ricordo dell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, una delle più grandi tragedie dell’Italia del dopoguerra, ma anche una delle più straordinarie pagine di solidarietà della storia del Paese.

Era la notte tra il 3 e il 4 novembre di sessant’anni fa quando, dopo giorni di piogge incessanti, l’Arno ruppe gli argini riversando su Firenze una massa impressionante di acqua, fango e detriti. La piena travolse il centro storico, sommerse abitazioni, negozi, chiese e musei. Nel quartiere di Santa Croce l’acqua raggiunse quasi cinque metri d’altezza. La città rimase senza elettricità, acqua potabile e collegamenti, mentre le strade si trasformarono in fiumi di melma mescolata alla nafta fuoriuscita dai serbatoi. Il bilancio fu drammatico: decine di vittime, migliaia di sfollati e un patrimonio artistico e culturale di valore inestimabile gravemente danneggiato. Tra le immagini simbolo della catastrofe, il Crocifisso di Cimabue, custodito in Santa Croce e devastato dall’acqua.

Un giovanissimo Mauro Bianconi, che fu anche atleta di ottimo livello in diverse discipline

Ma Firenze, insieme al fango, vide arrivare anche migliaia di giovani da tutta Italia e dall’estero. Ragazzi spesso poco più che adolescenti, armati di pale, secchi e buona volontà, pronti a lavorare senza sosta per strappare alla distruzione libri , manoscritti e opere d’arte. Vennero chiamati «Angeli del fango», un nome destinato a entrare nella memoria collettiva.

Tra loro c’era anche Mauro Bianconi. «Nel 1966 frequentavo il liceo a Verona ed ero uno scout a Mantova – racconta il professore –. Firenze per me rappresentava già qualcosa di speciale, anche perché ero sempre stato tifoso della Fiorentina. Quando seppi quello che era successo, chiesi al preside il permesso di assentarmi per tre o quattro giorni. In realtà rimasi a Firenze quasi dieci giorni».

Ad accoglierlo fu una coppia di coniugi che abitava nei pressi della basilica di Santa Croce, uno dei luoghi più duramente colpiti. Gli offrirono ospitalità in un momento in cui trovare un letto, qualcosa da mangiare e un riparo era tutt’altro che scontato.

Una foto recente del Professor Mauro Bianconi

«Dormivamo poco o niente, ma eravamo sempre disponibili a dare una mano. Ricordo anche quella coppia che mi ospitò e che mi fece conoscere il panino con il lampredotto», racconta con un sorriso. Un particolare di vita quotidiana rimasto impresso accanto alle immagini ben più dolorose di quei giorni.

Bianconi venne impiegato nel recupero dei materiali custoditi nei sotterranei della biblioteca Nazionale. Un lavoro durissimo, svolto in condizioni precarie, mentre attorno a lui si cercava disperatamente di mettere in salvo quanto era stato sommerso dall’acqua.

«C’erano professori e intellettuali impegnati a organizzare il recupero e la pulizia dei materiali, ma poi a lavorare eravamo soprattutto noi giovani. Io avevo diciassette anni e mi mandarono nei sotterranei, dove la situazione era disastrosa».

La battaglia contro il fango, del resto, non riguardava soltanto le strade e le abitazioni. Alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze l’alluvione aveva sommerso quasi un milione di unità bibliografiche. Intere raccolte di libri, giornali e documenti erano rimaste intrappolate nell’acqua sporca e oleosa. I volontari formarono catene umane per trasportare i volumi all’asciutto, contribuendo a un’impresa che avrebbe segnato anche la storia del restauro e della conservazione del patrimonio librario.

Ma, più ancora della fatica fisica, a colpire il giovane Bianconi fu la disperazione delle persone.«Vedevi gente che piangeva, animali morti, strutture completamente distrutte. C’erano famiglie che non avevano più niente, persone disperate, malati che non si riusciva nemmeno a portare in ospedale. Erano situazioni allucinanti. Io allora ero soltanto uno studente, non avevo ancora una vera cultura sociale e politica. Quella l’ho imparata proprio lì, a Firenze».

È questo il ricordo che più di ogni altro continua ad accompagnarlo. Non un singolo episodio, ma la scoperta improvvisa della sofferenza degli altri, della fragilità delle sicurezze quotidiane e dell’importanza di sentirsi parte di una comunità.

«Prima ero un ragazzo che pensava soprattutto ai propri studi e alla propria vita. Poi sono arrivato a Firenze e il mio cervello si è aperto in un modo diverso. Sono cose che ti rimangono dentro per sempre».

Un’esperienza tanto intensa da riaffiorare anche molti anni dopo, durante gli studi di psicologia a Padova. «Quando studiavo i processi emotivi e le reazioni delle persone, mi rendevo conto che certe emozioni le avevo già vissute. Le avevo provate a Firenze, davanti a quelle situazioni disperate. Non erano soltanto cose scritte sui libri».

Da quel novembre del 1966 il rapporto con Firenze diventò ancora più profondo. Bianconi vi tornò per studiare architettura, e successivamente per insegnare. Un percorso accademico e professionale particolarmente articolato, che lo avrebbe portato a conseguire diversi titoli di studio, dall’architettura alla psicologia, dalle lettere e filosofia all’urbanistica, oltre alla formazione all’Isef.

La carriera lo avrebbe poi portato al Politecnico di Milano e anche all’estero, con un’esperienza di insegnamento durata tre anni a Chicago. Eppure, quel desiderio di rendersi utile, nato tra le macerie e il fango di Firenze, non si è mai spento.

Nel 2009, dopo il devastante terremoto dell’Aquila, Bianconi tornò a mettere le proprie competenze al servizio di un territorio ferito. Insieme al responsabile del Genio civile di Mantova partecipò ad attività nei centri abitati attorno al capoluogo abruzzese, coinvolgendo anche studenti universitari degli ultimi anni in progetti di rilievo e recupero del patrimonio edilizio.

«Ci occupammo soprattutto dei paesi intorno all’Aquila, molti dei quali erano completamente distrutti. Coinvolsi anche i miei studenti del quarto e quinto anno per cercare di progettare il recupero di quello che era possibile salvare. Era un modo per mettere le nostre conoscenze a disposizione di chi aveva bisogno».

Un filo che unisce due tragedie lontane più di quarant’anni e due stagioni della stessa vita. A Firenze il giovane scout aveva offerto le proprie braccia, all’Aquila il docente mise a disposizione esperienza e competenze, trasmettendo ai suoi studenti il valore concreto della solidarietà.

Oggi, nel giorno del sessantesimo anniversario, Firenze torna a ricordare le vittime dell’alluvione e i ragazzi che arrivarono da ogni parte del mondo per aiutarla a rialzarsi. Una memoria che non appartiene soltanto al passato: ancora oggi, infatti, la Biblioteca Nazionale Centrale è impegnata in progetti di recupero di migliaia di documenti danneggiati nel 1966.

Per Mauro Bianconi quei dieci giorni continuano a rappresentare una delle esperienze più importanti della sua vita. Nel ricordo convivono la paura per i pericoli affrontati, la stanchezza, il dolore di chi aveva perso tutto, ma anche la generosità di chi aprì la porta di casa a uno sconosciuto e la forza di tanti ragazzi che si misero al lavoro senza chiedere nulla in cambio. Sessant’anni dopo, il fango è scomparso dalle strade di Firenze. Non dalla memoria di chi, appena adolescente, imparò in quei giorni che aiutare gli altri poteva dare un significato diverso alla propria vita.