MANTOVA – Educare non significa cancellare, ma raccontare e trasmettere: si può sintetizzare così la riflessione del deputato mantovano della Lega Andrea Dara sulle vicende dei canti di Natale nelle scuole mantovane, dai quali è stato tolto il riferimento a Gesù, con particolare riferimento ai fatti di Castel Goffredo. Una riflessione che Dara fa “da cittadino e papà di due figli, che pensava ingenuamente che Natale e pace andassero d’accordo. Da quando la figura di Gesù sarebbe in contraddizione con la pace?”.
“In questi giorni, leggendo gli articoli in merito alla decisione di modificare la canzone natalizia nelle scuole di Castel Goffredo, ci tengo a premettere — con il massimo rispetto — che non è mia intenzione entrare nel merito delle decisioni del Collegio Docenti, che agisce nella piena autonomia che l’ordinamento scolastico riconosce e garantisce. Non è mia intenzione politicizzare la questione, ma proporre un contributo culturale e civile che riguarda tutti, al di là dei ruoli e delle appartenenze. Ancora meno è mia intenzione danneggiare la scuola o mettere in discussione l’impegno degli insegnanti: è proprio perché lo rispetto che, da cittadino, sento il dovere di interrogarmi sul messaggio che alcune scelte trasmettono alla comunità”.
“Mi ha colpito una motivazione riportata e ripetuta: “Abbiamo tolto il riferimento a Gesù perché quest’anno lo spettacolo è improntato sul tema della pace”. Ed è proprio qui che nasce una domanda semplice ma centrale: da quando la figura di Gesù sarebbe in contraddizione con il tema della pace? Se esiste nella nostra storia e nella nostra cultura un riferimento universale alla pace, alla fraternità e al perdono, è proprio quello che il Natale ricorda. Sostenere che, per parlare di pace, occorra eliminare il nome di Gesù significa quantomeno ignorare il senso profondo di ciò che si celebra. La tradizione non è una barriera, non è un problema e non è un ostacolo all’inclusione. Al contrario: è il terreno su cui si costruisce l’identità di una comunità. Viviamo un tempo in cui l’inclusione viene trasformata in rimozione, l’accoglienza in cancellazione, e la paura di offendere qualcuno diventa la giustificazione per togliere simboli, parole e riferimenti che appartengono alla nostra storia. Ma una società non è più accogliente quando si vergogna di ciò che è, bensì quando sa raccontarlo e condividerlo”.
“Si può essere credenti o non credenti, ma è un dato storico e culturale che il messaggio della pace, nel nostro Paese, nasce dal Natale e dalla figura di Gesù. Toglierne il nome non rende più inclusivo lo spettacolo: lo priva di significato. Difendere le nostre tradizioni non è un gesto nostalgico o ideologico: è un atto di responsabilità verso le nuove generazioni, affinché crescano conoscendo e comprendendo ciò che ha costruito la nostra identità, i nostri valori e il nostro senso di comunità. Con rispetto ma con altrettanta chiarezza:
integrare non significa cancellare. Accogliere non significa rinunciare. Educare non significa svuotare i contenuti per paura di affermarli”.















