La tregua tra Stati Uniti e Iran vacilla dopo appena 24 ore, travolta da una nuova escalation militare in Medio Oriente. I raid israeliani in Libano, definiti tra i più violenti dall’inizio del conflitto, mettono seriamente in discussione la tenuta dell’accordo e riaccendono lo scontro tra Washington e Teheran. Secondo gli ultimi dati della Protezione Civile libanese, citati da Al Arabiya, l’offensiva ha causato almeno 254 morti e oltre 1.165 feriti. Un bilancio pesantissimo che alimenta accuse e tensioni diplomatiche, mentre sul terreno si registrano distruzioni diffuse e scene di panico tra la popolazione civile.
L’Iran ha bloccato il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a causa dei raid israeliani in Libano.
L’operazione, denominata internamente da Israele “Oscurità eterna”, si è sviluppata con una serie di attacchi simultanei: in circa dieci minuti, le forze armate israeliane avrebbero colpito oltre 100 obiettivi legati a Hezbollah tra Beirut, la periferia meridionale di Dahiyeh e diverse aree del Libano meridionale. Esplosioni, colonne di fumo e sirene hanno riportato la capitale libanese nel pieno della guerra. Per l’esercito israeliano si tratta del più massiccio attacco dall’avvio dell’operazione “Leone Ruggente”, ma sul piano politico il significato è ancora più rilevante: i raid confermano che la tregua raggiunta tra Stati Uniti e Iran non si estende al fronte libanese. Ed è proprio su questo punto che si consuma lo scontro tra le parti. Per il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, gli attacchi rappresentano una violazione degli impegni: “Il rispetto della tregua in Libano era esplicitamente previsto nel piano”. Di segno opposto la posizione di Donald Trump, che ha chiarito come il Libano non rientri nell’accordo, cercando di contenere le accuse.
Nel frattempo, il vicepresidente americano J.D. Vance ha fatto sapere che Israele avrebbe proposto di evitare nuovi attacchi durante i negoziati, un segnale che però stride con quanto accaduto nelle ultime ore sul terreno. A complicare ulteriormente il quadro restano le profonde divergenze sul programma nucleare iraniano. Washington ribadisce la linea rossa: Teheran non potrà dotarsi di armi nucleari. L’Iran, invece, respinge qualsiasi limitazione sul proprio diritto all’arricchimento dell’uranio, rivendicando la piena sovranità sulle proprie risorse. Sul piano internazionale cresce la preoccupazione. Il presidente francese Emmanuel Macron, dopo colloqui con Trump e con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha sottolineato la necessità che il cessate il fuoco venga rispettato “in tutti i teatri di conflitto, Libano compreso”, condizione ritenuta essenziale per dare credibilità all’intesa.
Intanto, nuove tensioni emergono anche sul fronte occidentale: secondo il Wall Street Journal, Trump starebbe valutando il ritiro delle truppe dai Paesi Nato considerati poco allineati sulla questione iraniana. Con il ritorno delle ostilità in Libano, il nodo del nucleare irrisolto e lo Stretto di Hormuz di nuovo al centro della crisi, la tregua appare sempre più fragile. E il rischio di un allargamento del conflitto, tra Medio Oriente e Golfo Persico, torna concretamente sul tavolo.

















