MANTOVA – Rosa Capuano ha confessato: «Sono stata io. Non ce la facevo più. Ho preso la pistola e l’ho ucciso». Sono le parole con cui questa mattina la 47enne ha ammesso davanti alla Corte d’Assise di Mantova di essere stata lei a sparare al padre Francesco, il 79enne trovato senza vita il 23 dicembre 2024 all’interno della sua auto, parcheggiata nel garage del condominio di via Biolcheria a Suzzara. Una dichiarazione che segna una svolta nel processo per omicidio e che ha portato la pubblico ministero Alessia Silimbani a chiedere una condanna a 25 anni di reclusione.
A rendere ancora più significativo quanto accaduto oggi è il fatto che appena un mese fa, il 9 ottobre, Rosa Capuano aveva sostenuto davanti agli stessi giudici una versione completamente diversa. «Sono innocente, non l’ho ammazzato», aveva affermato con decisione durante il suo interrogatorio, ribadendo di non avere alcuna responsabilità nella morte del genitore. E quando le era stato chiesto chi potesse averlo ucciso, aveva risposto: «E io che ne so? Forse uno psicopatico».
Una ricostruzione che oggi è stata completamente smentita dalla stessa imputata, che ha riconosciuto di aver impugnato l’arma e di aver sparato al genitore.
Una vita segnata dalla dipendenza dal padre
Già durante l’interrogatorio di ottobre, pur negando ogni coinvolgimento nel delitto, Rosa Capuano aveva descritto una vita trascorsa quasi interamente all’ombra del padre. Dopo essersi occupata per anni della madre, aveva continuato a vivere con Francesco, dal quale dipendeva economicamente e al quale, secondo quanto aveva raccontato, doveva rendere conto anche delle proprie scelte personali. Non aveva un lavoro, disponeva soltanto del denaro che il genitore le consegnava ogni mese e conduceva un’esistenza caratterizzata da poche relazioni sociali. Una condizione nella quale aveva maturato il desiderio di una maggiore autonomia, senza però riuscire ad affrancarsi dalla figura paterna.
È anche alla luce di questo contesto e della confessione arrivata oggi che la pm avrebbe deciso di non chiedere l’ergastolo, riconoscendo le attenuanti equivalenti alle aggravanti.
L’udienza, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Gilberto Casari, affiancato dalla giudice Giulia Cammareri, prosegue con l’intervento della difesa.


















