MANTOVA – Gli onori ai Caduti, la deposizione delle corone d’alloro presso il monumento di viale Piave (e poi al Famedio), il picchetto d’onore e l’inno nazionale, la benedizione da parte di don Alberto Formigoni. Questa mattina, come ogni anno, le autorità civili e militari, oltre a tanti mantovani, si sono ritrovate per celebrare la Liberazione e ricordare le centinaia di mantovani che hanno dato la vita per la patria e un mondo senza fascismo.
“Oggi è la festa della Liberazione – ha affermato il Prefetto Roberto Bolognesi – ricordiamo il 25 Aprile 1945 perché costituisce una tappa fondamentale nel processo di formazione di quella che sarà di lì a poco la Repubblica Italiana che festeggeremo il 2 giugno anche qui a Mantova”. “Oggi è l’81esimo anniversario della Liberazione – ha detto la Presidente provinciale dell’Anpi, Paola Longari – e l’ottantesimo anniversario del voto alle donne. Guardiamo il monumento che Mantova ha dedicato ai partigiani, è fondamentale guardarci attorno, trovare i segni di resistenza e continuare quest’ultima in un mondo dove la pace non esiste, dove la libertà e la giustizia faticano a esistere”. Un legame con il presente c’è anche nelle parole del Presidente della Provincia Carlo Bottani, che ricorda come “Papa Francesco, primo tra tutti, profetizzò la Terza Guerra Mondiale a pezzettini. Sembrava una visione folle, invece ogni mese c’è un conflitto nuovo. E allora servono diplomazia e preghiera”.
Particolarmente emozionato e sentito è l’intervento di Mattia Palazzi, che ricorda come questo sia il suo ultimo discorso pubblico da sindaco, “e sono felice che sia proprio oggi, il 25 Aprile, una data che sempre più ci parla e ci deve parlare, non solo per celebrare la liberazione dal nazifascismo, ma per dirci che la democrazia, la libertà, i diritti individuali e sociali non sono dati per sempre, ma camminano sulla volontà, l’impegno e il sacrificio di uomini e donne che scelgono di stare dalla parte buona della vita”. Poi l’attacco politico: “non è possibile tentare, in virtù dell’umano rispetto per i caduti, equiparare i caduti per la libertà di tutti, i partigiani e le partigiane, con i caduti della Repubblica Sociale di Salò, istituita da Mussolini per cercare di preservare ciò che restava di un regime corrotto che aveva inoltre concesso a Hitler la sovranità sul nostro paese”.
Poi il riferimento alle manifestazioni fasciste che vengono organizzate nelle città, Mantova compresa e, dopo un excursus sulla storia della resistenza mantovana, il paragone tra i partigiani e gli eroi del Risorgimento. “Molti hanno tentato di ridurre la Resistenza a un’esperienza storica di passaggio, precaria, ininfluente. Nel gennaio di quest’anno è scomparsa Lina Stuani, che fu una delle testimoni dell’eccidio dell’Aldriga. Qui vennero fucilati dai nazifascisti dieci soldati presi a caso tra i prigionieri che avevano tentato di difendere il nostro Paese dall’oltraggio straniero. Lina vide e nella sua vita continuò a raccontare ciò che vide. Lina silenziosamente ci ha affidato un compito: man mano che i testimoni di quell’epoca tragica e gloriosa vengono a mancare, noi dobbiamo preservarne la memoria, noi dobbiamo ricordare l’umanità calpestata, offesa, avvilita ma non doma. Lo scorso anno ho parlato degli atti di resistenza condotti da un gruppo di giovani che si raccoglievano attorno alla figura di don Primo Mazzolari, l’esempio di don Costante Berselli, gli eventi di Villa Gobia e l’omicidio a colpi di pistola di un altro sacerdote, don Eugenio Leoni, che aveva deciso di non rivelare ciò che sapeva per coprire e difendere la resistenza. Voglio oggi ricordare Giuseppina Rippa, una ragazza del popolo, giustiziata a 28 anni senza alcun processo l’11 settembre del 1943, mentre cercava di alleviare la fame e la sete di alcuni soldati italiani stipati sotto il sole nei camion, senza possibilità di mangiare e di bere prima della deportazione nei campi di lavoro tedeschi. Questo accadde nella nostra città, l’armistizio era stato pubblicato soltanto tre giorni prima e la furia nazista si accaniva contro i nostri militari e civili. Giuseppina non aveva compiuto quel gesto in base a un disegno politico o a un’appartenenza, non intendeva manifestare una propria radicale protesta: aveva portato pane e acqua, semplicemente per amore della vita e della dignità umana. Ancora oggi, anche nella nostra città e provincia, assistiamo a manifestazioni negazioniste e a esponenti che parlano di “invenzione dell’antifascismo”. Chi lo fa offende in modo vile e volgare il sacrificio di queste donne e uomini, vite sacrificate per noi, per la libertà e la dignità di ciascuno di noi. Anche per la libertà di chi nega questo sacrificio stesso”.


















