Il Natale di una volta a Mantova: storie, profumi e ricordi

MANTOVA – L’atmosfera del Natale, fino a qualche decennio fa, iniziava davvero l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione. Era quello il segnale ufficiale: dalle soffitte e dagli armadi spuntavano alberi, presepi e scatoloni di decorazioni, mentre anche le città cominciavano ad accendersi, mai prima dei primi giorni di dicembre.
Tutto era più raccolto, più concentrato nel tempo che andava dall’Immacolata all’Epifania e forse proprio per questo più intenso, più sentito rispetto ad oggi, quando supermercati e ipermercati si vestono a festa non appena spariscono dagli scaffali fantasmini e streghette di Halloween (già Halloween questo sconosciuto per i bambini nati negli anni ’50, ’60 e ’70)

IL CAMPANELLINO NELLA NOTTE 

A Mantova l’8 dicembre voleva dire sì che il Natale si avvicinava, ma per i bambini significava soprattutto che dopo pochi giorni sarebbe arrivata Santa Lucia.
Un’attesa trepidante, fatta di sogni, di speranze e di piccoli riti. Le letterine, scritte sul foglio a righe con la mano un po’ tremante per l’emozione, erano state imbucate già da tempo. Dentro c’era il desiderio di quel giocattolo tanto sognato, magari accompagnato da qualche dolcetto. Erano anni in cui i regali arrivavano rigorosamente solo il 13 dicembre e per il compleanno, e proprio per questo avevano un valore speciale.
I giocattoli si ammiravano con gli occhi spalancati passando davanti alle vetrine di Tenedini in Corso Vittorio Emanuele o di Ferrari in Corso Umberto, oppure sulle bancarelle sotto i portici. La biciclettina, il fucile, il Meccano, Cicciotto e Cicciobello, la pista delle automobiline Polistil, il Dolce Forno, Barbie, Big Jim: sono ancora tutti lì, custoditi nel nostro cuore. Così come i giochi in scatola ispirati ai successi della televisione in bianco e nero o dei primissimi anni a colori: Rischiatutto, il mago Silvan, Portobello, Kojak, ma anche il Gioco del West, lo Scarabeo, l’Allegro chirurgo e tanti altri.
La sera del 12 dicembre i bimbi tutti a letto presto, dopo aver preparato un po’ d’acqua, del pane e qualche carota per l’asinello Gastaldo, il fedele aiutante di Santa Lucia. Poi c’era chi, dopo aver sentito il campanellino, veniva chiamato dalle voci dolcissime di mamma e papà e aveva il permesso di alzarsi subito per vedere i doni arrivati, magari per giocarci anche un po’. E c’era chi invece aspettava la mattina del 13. Ogni famiglia aveva la sua tradizione, ma la magia di quella notte era la stessa per tutti: era la sensazione che qualcosa di speciale stesse accadendo, mentre il silenzio della notte si riempiva di meraviglia.

TRA BANCARELLE E LUCI 

Anche nei giorni successivi a Santa Lucia la festa continuava. Si passavano ore a giocare con i regali appena ricevuti e, intanto, nell’aria cresceva l’atmosfera del Natale e delle vacanze scolastiche ormai vicine. In piazza Cavallotti veniva allestito il grande albero di Natale che, per molti anni, è stato il compagno immancabile delle feste davanti al teatro Sociale. Lo si andava a vedere prima o dopo una passeggiata tra le bancarelle sotto i portici: niente a che vedere con le casette di legno dei mercatini di oggi. Erano i classici banchi da mercato, pieni di tutto ciò che faceva Natale o poteva diventare un regalo: giocattoli, decorazioni, statuine del presepe, oggettistica, quadri, abbigliamento, libri, dischi e molto altro ancora. Già negli anni ’90 si iniziò a dire che fossero disordinate e poco natalizie. Forse era vero, ma agli occhi di chi era bambino sembravano bellissime. La discussione si fece sempre più accesa fino a quando scomparvero, sostituite piano piano dalle casette in legno.
A casa, intanto, si faceva l’albero con le sue palline e i suoi festoni sfavillanti. E non poteva mancare il presepe con la capanna, i personaggi, il muschio raccolto in giardino, le montagne di carta colorata e accartocciata, il laghetto con lo specchietto sotto al ponte e quelle luci gialle o blu a forma di goccia che creavano un’atmosfera calda, intima, quasi sospesa nel tempo.

LA FESTA A TAVOLA 

In un soffio arrivava la sera della Vigilia, con la cena rigorosamente di magro: i tortelli di zucca fatti in casa dalla nonna, il capitone, il cefalo al forno e gli immancabili panettoni Alemagna o Motta, le cui pubblicità con signorine cammuffate da Babbi Natale avevano invaso giornali e rotocalchi per settimane, alla pari di quanto accadeva con i liquori, gli amari e le grappe che andavano per la maggiore. Qualche volta compariva in tavola anche il mantovanissimo Anello di Monaco, una vera festa nella festa, destinata a durare pochissimo perché già a Natale era difficile ne avanzasse una fetta. Il pranzo di Natale iniziava, per alcuni, con l’immancabile bevrin in vin e per tutti con gli agnoli nel brodo fumante, anche questi rigorosamente fatti in casa dalla nonna, che in cucina durante la preparazione doveva guardarsi intorno perché, di tanto in tanto, spuntava una manina pronta a rubare un po’ di pesto, irresistibile tentazione.

IL PRESEPIO IN SAN FRANCESCO 

A mezzanotte di Natale e poi nel corso della giornata si andava a messa. E lì arrivava puntuale la richiesta dei bambini: «Andiamo in San Francesco, così vediamo il presepio». Come spiegare oggi, ai bambini del 2025, abituati a smartphone ed immagini dagli effetti speciali, cosa voleva dire andare a vedere il presepio nella chiesa dei frati, anche se questo significava fare la coda, prima per entrare nella cappella di San Bernardino e poi per arrivare in prima fila? Non era solo guardare: per i più piccoli era entrare in un mondo magico. Lo stupore era indescrivibile davanti alle statuine che si muovevano, al susseguirsi del giorno e della notte, con il sole che lasciava spazio alla luna e a un cielo che si riempiva di stelle, mentre nelle case della Betlemme sullo sfondo si accendevano i lumini. E poi l’acqua che scorreva nel torrente, e in alcuni anni scendeva persino da una cascatella. Una meraviglia assoluta….
Se ci si andava in un giorno festivo, all’uscita la richiesta a mamma e papà era sempre la stessa: tornarci presto, magari in un giorno feriale, per poter restare più a lungo davanti a quell’incanto. Artefice di tutto questo era frate Sigismondo, un vero artista, fabbro ed elettricista, scomparso nel 1998. Con lui finì quel presepio capace di far sognare generazioni di bambini. Bisognò attendere il 2015 per rivedere nella chiesa di San Francesco un presepe ispirato a quello di un tempo, anche se in spazi più contenuti. Ma ormai quei bambini che sgranavano gli occhi davanti alla Natività erano diventati adulti, e i loro figli crescevano immersi in immagini sempre più veloci, luminose e spettacolari, ben lontane da quella magia lenta e artigianale.

IL NATALE CHE PORTIAMO CON NOI 

Restano i ricordi di quel presepio incantato, che sembrava ogni anno più bello. Restano come un filo invisibile che lega quei Natali lontani ai volti e alle voci di chi abbiamo amato e che oggi non c’è più, ai profumi che uscivano dalla cucina, al calore delle case illuminate.
E forse è proprio questo che portiamo con noi: non il Natale com’era, ma il modo in cui lo vivevamo. Un sentimento che riaffiora all’improvviso, quando una luce, un odore o una melodia riescono ancora, per un istante, a farci tornare bambini.