A due mesi dallo scoppio della guerra in Medio Oriente, il settore dell’autotrasporto merci si trova a fare i conti con un’impennata dei costi che sta mettendo in seria difficoltà imprese e operatori. A lanciare l’allarme è l’Ufficio studi della CGIA, che evidenzia come il prezzo del diesel alla pompa sia salito da una media di 1,676 euro al litro a 2,005 euro, con un incremento vicino al 20 per cento. Un aumento che, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal Governo il 19 marzo, ha generato nelle prime otto settimane di conflitto un extracosto stimato in circa 1,5 miliardi di euro per il comparto.
Il peso dei rincari si inserisce in un contesto già fragile, dove le tariffe applicate presentano forti differenze tra Nord e Sud. Secondo i costi di riferimento del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, i vettori dovrebbero essere pagati tra 1,30 e 1,60 euro al chilometro per coprire le principali voci di spesa. Nella realtà, però, nel Nord Italia le tariffe risultano mediamente più alte, tra 1,40 e 1,70 euro al chilometro, grazie a una domanda più costante e alla maggiore possibilità di trovare carichi di ritorno. Al Sud, invece, i compensi scendono spesso tra 1,10 e 1,40 euro e aumenta il fenomeno dei viaggi a vuoto, che riduce drasticamente la redditività.
Non si tratta solo di quanto si guadagna, ma di quanti chilometri vengono effettivamente pagati. Il disequilibrio dei flussi di merci penalizza soprattutto le aree meridionali, dove molti mezzi rientrano senza carico, erodendo i margini già compressi dai rincari del carburante. Una situazione che colpisce in particolare le imprese più piccole e meno strutturate.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il problema cronico dei ritardi nei pagamenti. Per contrastare questa prassi, il Ministero è intervenuto lo scorso ottobre con una circolare che richiama i committenti al rispetto dei termini, prevedendo sanzioni fino al 10 per cento del fatturato annuo, applicate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Tuttavia, nella pratica, molte aziende continuano a incassare le fatture anche a 90 o 120 giorni, a fronte di costi – carburante, pedaggi, manutenzione e personale – da sostenere immediatamente.
Questa dinamica genera una crescente crisi di liquidità. Le imprese si trovano a operare con margini ridotti e con una struttura finanziaria fragile, dove anche piccoli imprevisti possono compromettere l’equilibrio economico. Senza accesso rapido al credito o strumenti di sostegno, il rischio di insolvenza diventa concreto.
Il peso dell’autotrasporto resta comunque centrale per l’economia nazionale. Secondo i dati ISTAT, nel 2024 il trasporto su strada ha movimentato poco più di un miliardo di tonnellate di merci, con il 97,6 per cento dei flussi all’interno dei confini italiani. Il sistema è fortemente concentrato al Nord, da cui parte oltre il 68 per cento delle merci, mentre Sud e Isole restano marginali nei grandi corridoi logistici.
In questo contesto, cresce la tensione nel settore. Dopo la proclamazione del fermo nazionale dell’autotrasporto dal 25 al 29 maggio, le principali associazioni di categoria hanno incontrato il viceministro Edoardo Rixi. Lo sciopero, per ora, resta confermato, anche se dal confronto è emersa un’apertura del Governo a misure di sostegno per migliorare la liquidità delle imprese.
Il tempo, però, stringe. Senza interventi rapidi, molte aziende rischiano di fermare i mezzi ben prima della protesta annunciata, semplicemente perché impossibilitate a sostenere i costi del carburante. Un segnale che evidenzia la gravità della crisi in atto e la necessità di risposte immediate per evitare il blocco della filiera logistica.


















