L’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele e la chiusura dello Stretto di Hormuz fanno scattare l’allarme nel mondo agricolo italiano. Dall’assemblea nazionale di Coldiretti in corso a Napoli, il segretario generale Vincenzo Gesmundo parla di “ripercussioni pesantissime su famiglie e imprese”, a partire dall’esplosione dei costi energetici e delle materie prime.
Il balzo del prezzo di petrolio e gas, sottolinea Gesmundo, si traduce in un aumento immediato delle bollette per i cittadini e in rincari su gasolio agricolo, riscaldamento delle serre, chimica e fertilizzanti. Uno scenario che, secondo l’organizzazione, rischia di riportare il Paese alle criticità già vissute con l’invasione russa dell’Ucraina. Da qui la richiesta di “misure straordinarie” per difendere il potere d’acquisto delle famiglie e garantire liquidità alle imprese agricole, definite presidio economico e sociale fondamentale.
Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, parla di “rischio concreto di un nuovo shock energetico”. I dati richiamati sono significativi: negli ultimi quattro anni i fertilizzanti hanno registrato un aumento del 46% e l’energia del 66%, rincari mai rientrati dopo il conflitto russo-ucraino. Il nuovo fronte di guerra, oltre al dramma umanitario, potrebbe compromettere ulteriormente la continuità operativa delle imprese agricole. Prandini ricorda che da quelle aree proviene oltre il 25% della disponibilità globale di fertilizzanti e più del 33% di quelli utilizzati nel mondo: eventuali interruzioni inciderebbero direttamente su costi e approvvigionamenti, con effetti a cascata su tutta la filiera agroalimentare e sui prezzi al consumo.
Preoccupazioni analoghe arrivano da Confagricoltura Mantova, che torna sul tema del Dl Bollette. L’associazione evidenzia come la riduzione progressiva dei prezzi minimi garantiti per la produzione elettrica da biogas, biomasse e bioliquidi – prevista dal 2026 fino all’azzeramento dal 1° gennaio 2031 – rischi di mettere in difficoltà almeno una trentina di aziende mantovane. In uno scenario geopolitico instabile, sostiene Confagricoltura, la produzione di energia rinnovabile da fonti agricole è “imprescindibile”. I forti rialzi di petrolio e gas, legati al conflitto, finirebbero per vanificare gli effetti calmieranti del decreto sulle bollette. L’organizzazione chiede quindi modifiche normative che sostengano, anziché penalizzare, la filiera delle agroenergie.
La crisi tocca anche ortofrutta e IV gamma. La chiusura di Hormuz sta creando problemi sia per l’aumento dei costi energetici sia per l’export: diverse navi cariche di frutta non riescono a raggiungere i mercati del Medio Oriente, che per il comparto valgono complessivamente oltre 150 milioni di euro. Stesse criticità per i prodotti di IV gamma, destinati a quei mercati tramite voli aerei.
Sulla stessa linea CIA – Agricoltori Italiani. Il presidente nazionale Cristiano Fini avverte che l’ennesima emergenza geopolitica non può trascinare il Paese in una nuova crisi energetica e dei prezzi, evidenziando la vulnerabilità italiana sull’approvvigionamento di gas e petrolio. Il Dl Bollette, attualmente in Parlamento per la conversione in legge, secondo Cia disincentiverebbe proprio lo sviluppo di un modello alternativo, a partire dal taglio degli aiuti alle imprese agricole produttrici di biogas. Fini chiede misure straordinarie e immediate contro il caro-bollette e a tutela della produttività agricola, con particolare attenzione al gasolio agricolo.
Sul fronte fertilizzanti, Cia sollecita un intervento europeo rapido sulla disponibilità di prodotti che in larga parte transitano da Hormuz, chiedendo piani strategici di stoccaggio e la sospensione immediata del CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere applicato ai fertilizzanti, ritenuto un ulteriore fattore di rincaro.
Infine, l’allarme sui dazi statunitensi. Secondo Cia, le tariffe globali al 10% annunciate dall’amministrazione Trump hanno già generato incertezza per le aziende agroalimentari italiane che esportano negli Stati Uniti, mercato da 8 miliardi di euro. Le perdite, dalla seconda parte dello scorso anno, ammonterebbero a circa 400 milioni rispetto al 2024. Le nuove tariffe, che si sommerebbero alle aliquote di base WTO secondo il principio della “nazione più favorita”, potrebbero incidere in modo differenziato: possibile parziale recupero per vino, pasta, olio e aceto con un “dazio misto” sotto il 15%, mentre si prospetta un impatto fino al 25% per i formaggi e oltre il 21% per conserve e pelati, aggravato dal deprezzamento del dollaro. Per Fini il mercato statunitense resta insostituibile per vini, formaggi e salumi italiani e l’Italia deve pretendere un’azione più incisiva in sede europea.


















