MANTOVA – In occasione del Natale 2025, mentre il Giubileo della Speranza si avvia alla conclusione, il vescovo di Mantova Marco Busca invita a leggere questo tempo come un passaggio carico di significato per la vita di fede e per la comunità civile. Un Natale, come emerge dalla nostra intervista, che non chiude un percorso, ma rilancia domande, responsabilità e speranze, dal valore del Giubileo al legame profondo con il Preziosissimo Sangue, fino allo sguardo sui giovani e sul futuro della Chiesa mantovana.
UN GIUBILEO CHE NON FINISCE, LA SPERANZA CONSEGNATA ALLA VITA QUOTIDIANA
Il Natale del 2025 cade nel momento in cui il Giubileo si avvia alla conclusione: che messaggio consegna questo passaggio alla vita di fede delle persone?
Il Giubileo è iniziato con la sorprendente partecipazione – un po’ in tutte le diocesi – delle persone che hanno percepito in questo tempo di grazia una promessa di bene per ciascuno, per la Chiesa, per la società, per i praticanti, i credenti, i non credenti in cerca di speranza. La caratteristica “popolare” del Giubileo si è confermata lungo l’anno che ha visto – sia a Roma che a Mantova – un susseguirsi di appuntamenti, pellegrinaggi, eventi con il coinvolgimento di migliaia di persone esponenti delle categorie più diverse.
Il Giubileo biblico è nato come istituzione religiosa dalle forti accezioni “laiche”. Il termine “laico” nella lingua greca si riferisce al “popolo” che vive nella concretezza della storia. Temi giubilari quali la clemenza verso i prigionieri, la ridistribuzione equa delle risorse, il riposo della terra, la pacificazione tra le parti avverse…sono di permanente attualità.
La spiritualità del giubileo come tempo di grazia “per tutti” si è riproposta in questo Giubileo dedicato al tema della Speranza. Abbiamo celebrato numerosi momenti giubilari per varie categorie di persone e tutti molto partecipati. Chiuderemo domenica 28 dicembre (Festa della Santa Famiglia di Nazareth) con il Giubileo delle famiglie. La famiglia, infatti, è il luogo sociale ed ecclesiale che “contiene” tutte le categorie e fa sintesi delle esperienze fondamentali della vita.
LA RISCOPERTA DEL “PREZIOSISSIMO”, SEGNO VIVO PER MANTOVA
A Mantova il Giubileo è stato nel segno della Reliquia del Preziosissimo Sangue: che valore ha avuto questa scelta per il cammino della diocesi?
La scelta di individuare un’unica chiesa giubilare per la diocesi risale a qualche anno fa. Si è delineata attorno ai lavori per il restauro e la valorizzazione della basilica di Sant’Andrea dal punto di vista culturale (la salita sulla cupola…). Ci siamo domandati, però, se non fosse giunto il tempo di rendere più evidente e consapevole – tanto ai mantovani quanto ai turisti – che la magnificenza di questa basilica si giustifica storicamente con la volontà di esaltare la Reliquia del Preziosissimo Sangue che per un singolare privilegio della Provvidenza è custodita dalla chiesa e dal popolo mantovano. Questa rinnovata consapevolezza ha condotto alla scelta di erigere la basilica di Sant’Andrea (che è anche concattedrale per lo stretto vincolo con il Vescovo) a Santuario del Preziosissimo Sangue.
Il nesso diretto tra il Giubileo della Speranza e il Sangue di Cristo lo abbiamo trovato in una frase attribuita alla tradizione agostiniana che intreccia i due temi del Sangue e della speranza, in quanto il Sangue di Cristo protegge dalla disperazione gli uomini attanagliati dal male: «Non dire: non mi salverò! Hai il Sangue di Cristo! Ogni tua speranza è il Sangue di Cristo!».
L’intento, dunque, era quello di rilanciare il contatto popolare con il “Preziosissimo”. Qualcuno ha definito questa operazione pastorale una sorta di “terza inventio” della Reliquia. In effetti, l’aver deciso di lasciare i Sacri Vasi visibili ai fedeli lungo tutto l’anno e aver reso possibile l’accesso alla Cripta per alcune ore al giorno, ha confermato un interesse non superficiale da parte dei fedeli. Silenzio, devozione, venerazione avvolgono di atmosfera spirituale lo spazio sacro attorno all’urna che custodisce i Sacri Vasi. Le persone sostano, si inginocchiano, osservano, affidano le loro intenzioni di preghiera scritte su un foglietto, recitano la preghiera al Preziosissimo Sangue (disponibile in più lingue).
Per rendere possibili le visite frequenti, i pellegrinaggi, le celebrazioni in Cripta si è attivato un bel movimento di volontari organizzati per i turni di apertura quotidiana e festiva in modo da assicurare l’accoglienza e la vigilanza. In modo discreto i volontari invitano e accompagnano i turisti – spesso ignari dell’esistenza della Reliquia – a visitare la Cripta. Non è raro che turisti mossi solo da interessi culturali si ritrovino per qualche istante pellegrini che affidano una preghiera, un desiderio, una pena.
Lungo l’anno tutte le parrocchie si sono recate in pellegrinaggio in Sant’Andrea ed è stato così che anche molti credenti mantovani hanno riscoperto (in molti casi scoperto) l’esistenza della Reliquia che caratterizza il patrimonio cristiano della nostra Diocesi.
Al movimento centripeto dei fedeli verso la Cripta è seguito anche quello centrifugo della Reliquia che è “andata pellegrina” in alcuni luoghi significativi della diocesi in una sorta di giubileo “diffuso” che ha interessato i santuari locali e le comunità limitrofe. Il segno più eloquente è stata la Peregrinatio Sanguinis nel giorno dell’Ascensione (la festa liturgica tradizionalmente legata alla Reliquia). Dal mattino al tardo pomeriggio la Reliquia ha sostato nel carcere cittadino, in alcuni reparti “delicati” dell’Ospedale Poma, presso la RSA del Mazzali, nel monastero della Clarisse e nella casa di riposo delle suore Ancelle della Carità. Il Sangue del Signore – di cui la Reliquia è il segno fisico e materico mentre il Sangue eucaristico è la realtà sacramentale – è effuso per tutti e distribuito a tutti in una irradiazione spaziale “sconfinata”. Questo significato universale e cosmico della redenzione di Cristo è stato ciò che intendevamo esprimere in quella Festa dell’Ascensione con il gesto della Reliquia che si fa pellegrina e visita ambienti di vita segnati dalla sofferenza e dal limite, ma dove è viva l’attesa della salvezza e l’intercessione per il mondo intero.
LA RELIQUIA, COLTIVARE LA FEDE EVITARE I DEVOZIONISMI VICINI ALLA SUPERSTIZIONE
Una particella di essa tra l’altro per la prima volta è stata portata in pellegrinaggio a Roma dove si è assistito a una devozione fortissima. In che modo, secondo lei, la Reliquia può parlare al nostro presente?
Il culto delle Reliquie si è diffuso nel cristianesimo antico favorendo la devozione popolare agli strumenti della Passione (legno della croce, chiodi, spine, lancia…) e soprattutto a quella parte del corpo fisico di Gesù che è il sangue sgorgato dal suo fianco trafitto.
Le devozioni vanno coltivate alla luce della Parola di Dio perché siano un esercizio genuino di fede cristiana. Non mancano le deviazioni che vanno sotto il nome di devozionismi per indicare forme di contatto con il sacro che si avvicinano più alla credulità, alla magia e alla superstizione che alla fede evangelica. Per questo occorre che la venerazione della Reliquia sia sempre relativa al mistero della Redenzione che rappresenta il centro della rivelazione cristiana.
L’ANNO ALOISIANO PER RIPARTIRE DAI GIOVANI
A inizio 2026 si aprirà l’Anno aloisiano. San Luigi Gonzaga è il protettore della gioventù ma molti giovani oggi faticano a immaginare il futuro. Che cosa può offrire loro la Chiesa non tanto in termini di risposte, ma di accompagnamento?
A 300 anni dalla canonizzazione di san Luigi Gonzaga nel 1726 (la beatificazione è avvenuta solo quattordici anni dopo la morte), il prossimo 2026 sarà uno speciale Anno Aloisiano. Desideriamo riappropriarci della figura e del patrocinio di questo giovane mantovano (morto martire della carità a soli 23 anni) che fu proclamato protettore degli studenti (Benedetto XIII, 1729), patrono della gioventù cattolica (Pio XI, 1926) e dei malati di Aids (Giovanni Paolo II, 1991).
Patrono non di categorie marginali o di retroguardia, ma degli elementi più vivaci e dinamici della società, delle migliori e più promettenti energie familiari e comunitarie, dei giovani, degli studenti e di tutti coloro che stanno plasmando il proprio domani.
Uscirà un volume dal titolo: Luigi Gonzaga. Un santo giovane, un agile testo che vorrebbe mostrare l’attualità di un santo, tutt’altro che angelicato, debole e rinunciatario, anzi; un adolescente virile, determinato, amante della vita, poliedrico, erudito e devoto, abile diplomatico e contemplativo. Paolo VI disse che “la santità di San Luigi era stata trattata male”; lo conferma l’approccio negativo e polemico di alcuni pensatori che giudicavano dannoso proporlo come modello alla gioventù.
Pochi giorni fa al Giubileo dei custodi del bene comune (amministratori, forze di polizia e sicurezza…) è stata proposta un’analisi della situazione giovanile segnalando fenomeni senza dubbio preoccupanti. Non dimentichiamo però che i giovani rappresentano sì una “preoccupazione comune” di famiglia, scuola, società, chiesa ma sono anzitutto il “bene comune” più prezioso del nostro territorio. Non sono il nostro futuro, sono il nostro presente. Occuparsi di loro oggi, promuovere il loro ingresso deciso nella società degli adulti, è l’operazione più efficace che dobbiamo compiere come istituzioni pubbliche per salvaguardare il futuro del nostro territorio che si va sempre più spopolando e impoverendo di numeri, di giovani qualificati, di competenze, di forze produttive e culturali. I giovani d’oggi sono come “soldati di cristallo” – per citare la metafora utilizzata dai relatori – che combattono con fragilità multiple che – a guisa del cristallo – sono anche punti di trasparenza e di riflesso.
Fondamentale è sostare con loro, cioè saper stare (“so-stare”) coi giovani da parte di adulti attrezzati a intercettare e decriptare le loro inquietudini e far sentire stima e fiducia ai giovani in formazione. Occorrono contro-narrazioni rispetto a quelle svalutative sul pianeta giovani, occorrono ambienti integrati dove la novità del digitale e dell’IA sia gestita da contesti vitali in cui gli scambi reali, corporei, emotivi, la potenza sorgiva delle parole e dei gesti, siano resi possibili dalla reciproca fermentazione di generazioni diverse ma non per forza contrapposte. Molto del disagio giovanile, in verità, fa venire a galla il disagio degli adulti che pesa sulla nostra cultura occidentale ormai da decenni. Adulti che faticano ad accettare l’adultità come fase compiuta della vita, delle piene responsabilità e possibilità. Prediligono la situazione sospesa dell’adolescenza rincorrendo i miti del giovanilismo, della leggerezza, della provvisorietà.
La rinuncia dell’adulto ad essere tale comporta la grave perdita di figure educative che siano punti di riferimento valoriale per i più giovani. Sono evidenti i segnali che la nostra società diventa sempre più maleducata, ma la causa remota è il fatto che siamo una società non educata. Educare non è somministrare regole, principi, idee. È anzitutto istituire relazioni che creano identità chiare e non confuse: genitore – figlio, insegnante – allievo, adulto – giovane… Se siamo capaci anche nelle nostre comunità cristiane di creare “legami educativi” (mi verrebbe da dire ad “alta intensità di proposta”) possiamo togliere la persona dall’anonimato rendendola unica. Dove c’è educazione etica e religiosa si instaurano relazioni che fanno sperimentare il meglio di cui l’umano è capace.
Qualche domenica fa un folto gruppo di giovani di Volta Mantovana mi ha detto che frequenta volentieri la parrocchia perché è uno dei pochi ambienti dove non si “parla di cose stupide”. Dobbiamo però stare attenti ai fattori indiretti che ingenerano il sentimento di “disaffiliazione” dei giovani rispetto al territorio, quella serie di “strappi” che incidono nella perdita di legame con le comunità, con la realtà formativa e professionale in cui si è nati. Segnalo un fattore problematico e accenno a un “mandato” che ho condiviso con gli amministratori nel loro giubileo. Da decenni l’Italia è un Paese poco genitoriale, più propenso a occupare e conservare posti e ruoli piuttosto che concepire la missione peculiare degli adulti impegnati nel servizio politico, amministrativo, imprenditoriale come opportunità per facilitare l’ingresso e la missione della generazione successiva. I giovani non accettano di eseguire un canovaccio scritto dagli adulti; necessitano di essere ascoltati, compresi e valorizzati nelle loro istanze innovative, nelle sensibilità culturali che li contraddistinguono e non per forza li contrappongono a quelle dei loro nonni e genitori. L’antidoto allo sfilacciamento del tessuto sociale dei nostri paesi è intercettare, da parte di chi è a servizio del bene comune a vario titolo, alcuni giovani motivati, con testa e cuore, perché diventino i nuovi leader positivi in grado di rigenerare e rilanciare il futuro delle realtà mantovane. Occorrerebbe un’alleanza virtuosa per favorire la loro formazione, incentivare i loro interessi per la realtà pubblica, promuovere eventi-simbolo che lascino spazio e protagonismo a questa generazione da cui può venire il nuovo.
IL NATALE CHE RESTITUISCE SENSO ALLA VITA
Qual’è il suo messaggio di augurio, in questo Natale, alla comunità mantovana?Qualche tempo fa durante l’omelia in occasione della Cresima di alcuni ragazzi, uno di loro è intervenuto per condividere il suo pensiero che con la Cresima inizia una vita in 3D. La dimensione dello “Spirito” è come una fiamma che va ad alimentare e impreziosire la dimensione corporea e quella psicologica. Una vita biologica non è ancora una vita pienamente umana. Mi è parsa “profetica” questa immagine che spiega, a mio parere, perché circola tanta frustrazione attorno a una vita appiattita sul fare (spesso inconsapevole), sul consumare cose, azioni ed emozioni, a ritmi sempre più veloci e concitati, con l’esito il più delle volte di incrementare la passività in soggetti che si lasciano vivere rassegnandosi a lasciare che le cose accadano senza provocazione alla libertà e creatività personale. Recuperiamo dal Natale la terza dimensione che non si aggiunge dall’esterno, non piove giù dal Cielo come un accessorio, ma viene dal profondo dell’animo umano, dalla sete di senso, di spiritualità, di orientamento, di legami, di trascendenza, che è in definitiva desiderio di Dio. Non ci può bastare questo mondo, siamo fatti per ben altro. Questo mondo è una casa abitabile se diventa la dimora di Dio con l’uomo. Questo è il messaggio del Natale, venuta dell’Emmanuele, Dio con noi.













