“Minnesota test” e mondo social: Severgnini dialoga con i liceali dell'”Isabella d’Este”

MANTOVA – Un dialogo senza scaletta e senza filtri che è diventato un ponte generazionale tra un nonno d’eccezione, Beppe Severgnini, e le classi quarte e quinte del Liceo Scienze Umane – economico sociale dell’Isabella d’Este. Il giornalista e scrittore è arrivato a Mantova direttamente dalla sua Crema per incontrare gli studenti nell’ambito del progetto Peses dell’Università Cattolica di Milano, il cui referente per l’istituto cittadino è il professor Gianluca Billo.

Oltre due ore di chiacchierata a stile libero, come piace a lui, in cui Severgnini ha vestito a tratti i panni dell’intervistato e dell’intervistatore, in un continuo interscambio di riflessioni e racconti (spesso spassosi) che ha coinvolto e divertito i ragazzi per oltre due ore. Diversi i macro-temi toccati: si è partiti dallo stereotipo che gli italiani incarnano all’estero, argomento al quale l’autore cremasco ha dedicato interi volumi e per il quale ha scomodato “Lo Straniero” di Albert Camus, alla differenza tra il sistema scolastico americano e quello italiano, grazie al contributo di tre studenti che hanno vissuto un anno negli States. “Per quanto disastrata, la scuola italiana è ancora nettamente migliore rispetto a quella americana” ha affermato Severgnini, suffragato dalle testimonianze dirette degli alunni che da pochi mesi sono rientrati in Italia.

Poi l’invocazione affinché si torni a studiare la geografia: “facciamo un esempio: Donald Trump non ha la minima idea di quanto sia grande l’Italia, ve l’assicuro. Ha detto due volte che la Crimea è grande come il Texas e che sta in mezzo all’oceano. Non sa di cosa sta parlando, ed è il Presidente degli Stati Uniti. Se vai in America e chiedi conoscenze geografiche e storiche, rimani sbalordito da quanto questo tipo di conoscenze base sia poco diffuso. Più in generale, in questo periodo storico mi trovo spesso in dibattiti sull’America con persone che non sanno dove collocare Minneapolis sulla mappa. Lo chiamo “Minnesota test”: trovalo su una carta geografica, poi ne parliamo. Non lo sanno, però ora sono tutti geopolitici”.

Il dibattito si è poi spostato sulle generazioni a confronto quando Beppe Severgnini ha chiesto alla giovane platea quali argomenti che gli adulti rivolgono loro trovano irritanti, e qui gli interventi si sono moltiplicati. L’essere cresciuti come “nativi social”, i limiti dei genitori nell’utilizzo delle tecnologie che portano a risvolti tragicomici. Assodato che tutti i ragazzi usano Instagram e Tik Tok, Severgnini ha commentato: “una volta di fronte a studenti come voi ho chiesto se usassero Facebook e mi hanno guardato come se avessi citato Carducci. Pensate che nel 2009 ho iniziato a usare Twitter, ora X, fino ad arrivare a 1,2 milioni di follower, ma non lo uso più neanch’io perché mi ha veramente stufato. Tu lo apri e i primi tre post sono sempre di Elon Musk che dice le sue cose strampalate. Anche no”. Un tempo, ricorda Severgnini, c’era una divisione netta tra genitori e figli, sotto ogni punto di vista. Oggi invece i rapporti sono cambiati, e questo spesso dà adito a incomprensioni tutte nuove. “Parlando con i professori, mi dicono che è più semplice dialogare con gli studenti che con i loro genitori”, afferma.

Severgnini non ha mancato di ricordare il suo rapporto speciale con Mantova: “sono stato tra i primissimi a battezzare il Festivaletteratura, c’ero già nel 1997 e su trenta edizioni ho partecipato come ospite in venti”. Ne arriveranno sicuramente altre.