Palazzi: “abbiamo dimostrato che si può fare”. Investimenti, welfare e sicurezza al centro

MANTOVA – Parte dalla cifra delle risorse investite nella città la riflessione che facciamo insieme al sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, in occasione del suo ultimo capodanno alla guida del capoluogo, al termine dei suoi due mandati: 320 milioni.
È questo anche il numero che racconta meglio la sua idea di città?
«Sì, 320 milioni di euro sono esattamente le risorse investite in questi quasi undici anni. Il dato davvero significativo, però, è che di questi 320 milioni solo 100–108 milioni provengono direttamente dal bilancio comunale. Tutto il resto sono risorse intercettate da altri enti, istituzioni, fondazioni, soggetti privati, attraverso bandi europei, accordi e intese con i cinque governi che si sono succeduti. Sono stati fondi fondamentali, perché il bilancio del Comune di Mantova è quello di una città di 50 mila abitanti. Prima della nostra amministrazione si investivano mediamente tra i 4 e i 5 milioni di euro all’anno in opere pubbliche; oggi siamo passati a 30–32 milioni l’anno. È una moltiplicazione per sei degli investimenti, resa possibile proprio dalla capacità di attrarre risorse esterne.
Certo non bisogna restare fermi perchè nessuno regala nulla. Bisogna avere idee chiare, cercare i finanziamenti, costruire alleanze, dimostrare credibilità, saper mettere a terra i progetti, rendicontarli e raggiungere i risultati. È così che si costruisce anche la fiducia».

Questi 320 milioni sono più un’opportunità o una responsabilità per chi verrà dopo di lei?
«Intanto sono opere già realizzate, che hanno cambiato la città, e questo i mantovani lo vedono ogni giorno, nei quartieri come nel centro storico. E poi sono soprattutto un’opportunità: dimostrano che si può fare. È difficile, è faticoso, servono molte condizioni, ma si può fare. E dimostrano che non è vero che Mantova fosse destinata a essere una città non attenzionata dai livelli istituzionali superiori».

Lei cita spesso anche il welfare come tratto identitario della sua amministrazione, a partire dai nidi gratis. Il welfare potrà essere anche una leva economica, oltre che sociale?
«Lo è già. Quest’anno abbiamo registrato 390 nuovi residenti sotto i 36 anni. Si tratta di giovani lavoratori: un dato straordinario per Mantova, ottenuto grazie alle politiche di welfare che abbiamo messo in campo. Non possiamo infatti più pensare al welfare solo come gestione dei servizi sociali, che restano fondamentali perché le situazioni di povertà e di quasi povertà sono tante e vanno sostenute. Ma il welfare deve rivolgersi anche ai redditi da lavoro, a chi è alla prima occupazione o ha contratti precari. In una città come la nostra il sostegno ai redditi del lavoro è decisivo.
Abbiamo portato lavoro, ma dobbiamo costruire le condizioni perché, in un contesto in cui il costo della vita aumenta e i salari non crescono, la qualità della vita resti sostenibile e la gente venga ad abitare nella nostra città. Qui entrano in gioco sia la pubblica amministrazione sia i datori di lavoro privati. Nei prossimi anni sarà infatti sempre più necessario integrare politiche pubbliche e politiche d’impresa visto che ci troviamo in una situazione in cui le aziende fanno fatica a trovare lavoratori e i salari non cresceranno come dovrebbero. Come si diventa allora competitivi e attrattivi? Attraverso il welfare aziendale e le politiche pubbliche che riducono il costo della vita. Se non si possono garantire 400 euro in più al mese in busta paga, si può però intervenire sugli affitti, riducendo quella voce di spesa. Questo rende una città attrattiva per i giovani lavoratori, che pagando le tasse qui contribuiscono a sostenere il welfare di tutti e aiutano anche le imprese che cercano manodopera. In quest’ottica si inserisce anche l’accordo che ho siglato con Adidas, che prevede 100 euro in più in busta paga, come welfare aziendale, per chi prende la residenza a Mantova».

Veniamo al tema della sicurezza. Oggi è molto più sentito rispetto a dieci anni fa. Cosa risponde all’opposizione che sostiene che se ne sia accorto solo negli ultimi mesi?
«Rispondo con i fatti. Siamo l’amministrazione che ha investito di più in sicurezza. Quando sono diventato sindaco, la Polizia locale terminava il servizio alle 20, e nei weekend alle 22. Oggi, da tre anni, il turno arriva all’una di notte, tutti i giorni, grazie anche al pagamento degli straordinari. Mantova è il capoluogo lombardo che, in proporzione agli abitanti, ha assunto più agenti di Polizia locale. Siamo addirittura in sovra organico: quando sono stato eletto gli agenti erano 61, oggi sono 69. Ma nel frattempo 43 sono andati in pensione, quindi ne abbiamo assunti più di 50. Abbiamo poi avviato l’addestramento per l’unità cinofila della Polizia locale, che Mantova non ha mai avuto, e decuplicato il numero delle telecamere di videosorveglianza: da 153 quando mi sono insediato a oltre mille: sono strumenti fondamentali per prevenzione, indagini e contrasto ai reati. Al centrodestra vorrei però ricordare che il responsabile dell’ordine pubblico è il ministro dell’Interno: la sicurezza dipende dallo Stato, attraverso questure e prefetture. Oggi esiste un problema reale di sicurezza urbana, ma mancano due elementi fondamentali: la certezza della pena e l’effettività delle espulsioni. Nulla frustra di più cittadini e forze dell’ordine che arrestare uno spacciatore e rivederlo pochi minuti dopo nello stesso luogo. E le espulsioni devono essere reali, non solo sulla carta: il foglio di via non è un rimpatrio. I numeri delle espulsioni effettive del governo Meloni sono molto lontani da quelli annunciati. C’è poi il tema della violenza giovanile che riguarda una minoranza, ma è un fenomeno reale. Servono politiche educative, culturali e sociali, interventi che tengano impegnati i ragazzi prima che il disagio esploda. In molti casi parliamo di giovani di seconda o terza generazione, nati in Italia: per loro serve un lavoro serio, lungo, che coinvolga istituzioni, scuola e famiglie. Richiede anni di investimenti, ma non possiamo eluderlo».

Fra 20 o 30 anni, cosa vorrebbe restasse nella memoria dei mantovani della sua amministrazione?
«Non so se la mis amministrazione sarà ricordata, ma vorrei restasse un’idea: non è vero che non si può fare nulla, si può fare tantissimo, se ci si crede e si è disposti a faticare. In questi anni mi sono sentito dire infinite volte “non si può”, “è troppo difficile”. Abbiamo provato, lavorato, ottenuto risorse e avviato cantieri complessi e rischiosi. La politica che non rischia è una politica pigra, e quella che non produce è insignificante. Molti cittadini non votano più perché troppo spesso la politica non è stata utile. Io sono stato eletto per esserlo. Ecco, vorrei essere ricordato come un sindaco che ha fatto, che ha lavorato per mantenere gli impegni presi, e che quando non ci è riuscito lo ha spiegato. Un sindaco che ci ha messo tutto se stesso, con sacrificio ma anche con gioia, perché questo ruolo, pur togliendo molto, restituisce tantissimo: la conoscenza profonda della città, delle persone straordinarie che ogni giorno lavorano per Mantova, nel volontariato, nelle imprese, nella pubblica amministrazione. Devo dire che esco da questa esperienza felice per ciò che abbiamo realizzato e per una città straordinaria, fatta di persone straordinarie, che continueranno a tenerla unita».

Tutti i dettagli nel video servizio con l’intervista al sindaco di Mantova Mattia Palazzi

Immagini video di Gino Giacomini