SUZZARA – Sono le 20.30 di ieri sera e all’ingresso della Sala della Comunità Dante ci sono già alcune persone con un libro in mano, in attesa che da quella porta di cristallo compaia Maurizio De Giovanni per l’ultimo evento della seconda giornata del festival Nebbia Gialla.
L’atmosfera è quella delle grandi occasioni: un misto di curiosità, affetto e un pizzico di trepidazione. Perché, al di là del firmacopie dei suoi libri e del suo ultimo romanzo “L’orologiaio di Brest” (Feltrinelli), la domanda che molti portano con sé è una sola: “Perché far morire Enrica, dopo tutto ciò che il commissario Ricciardi aveva attraversato?”
Quando De Giovanni entra in sala, il pubblico lo accoglie con calore, ma la questione aleggia nell’aria. Lo scrittore, ancora preso dalla vittoria al “Marassi” del Napoli sul Genoa per 3 a 2 che definisce “un miracolo” da grande tifoso partenopeo, affronta la domanda senza giri di parole, ma con un tono diverso dal solito, più riflessivo che polemico.
Racconta di come la reazione dei lettori sia stata travolgente, a tratti persino feroce, e di come quel dolore collettivo abbia confermato quanto i suoi personaggi siano diventati parte della vita di chi li segue. “Non sono né un sadico né un assassino – dice De Giovanni – Me ne hanno dette di tutti i colori. Mi hanno perfino detto: “Stia attento, pensi a Misery” (alludendo al film “Misery non deve morire” del regista Rob Reiner del 1991 tratto dal romanzo di Stephen King che racconta di uno scrittore in balia di un infermiera psicopatica sua fanatica lettrice, verrà torturato per evitare la morte del suo personaggio preferito).
Poi ricorda un episodio : “Stavo tornando a casa mi sono fermato in un edicola. Uscendo ho indossato il casco; una signora mi vede e mi dice: “Se lo allacci, la sua testa mi serve!”. La sala è esplosa in una fragorosa risata.
De Giovanni tuttavia, al di là delle battute,prima di salire sul palco, non si sottrae alla spiegazione, ma la colloca dentro un quadro più ampio: “La storia – dice – non è mai un percorso lineare né consolatorio. La morte di Enrica, avvenuta nel 2019 con “Il pianto dell’alba” (Einaudi), non è stata un colpo di scena gratuito, bensì un tassello di un destino narrativo che aveva radici profonde. All’epoca, una donna su tre moriva al primo parto”. Un dato storico che restituisce verosimiglianza a una vicenda che molti avrebbero voluto diversa.
Ma De Giovanni insiste su un punto: “Ricciardi non è rimasto solo. Gli è rimasto ciò che conta davvero, la figlia Marta, personaggio destinato a crescere e a sorprendere. Una bambina con facoltà eccezionali, diverse da quelle del padre, e che nei romanzi successivi diventa il centro emotivo di un nuovo equilibrio”.
Per chi vuole capire dove stia andando la saga, la risposta non è nella serie Tv ma nei libri. In “Caminito” (Einaudi), Marta è cresciuta e Ricciardi vive nell’ansia di scoprire se la figlia abbia ereditato la sua “dannazione”, mentre l’Europa si avvia verso un futuro cupo e incerto. È lì, tra le pagine, che si trova la vera evoluzione dei personaggi.
La serata scorre, tra riflessioni, sorrisi e qualche inevitabile emozione mentre, intervistato da Luca Crovi, parla di ricordi, memoria che fanno parte della trama del suo ultimo romanzo “L’orologiaio di Brest” ambientato in un paese sperduto della Francia. E come ormai è sua abitudine, prima di salutare i suoi fans legge sempre il primo capitolo di uno dei romanzi e in questa occasione ha voluto “regalare” l’inizio del prossimo libro de “I Bastardi di Pizzofalcone”. E ha aggiunto: “Ritrovare questi personaggi, è come essere in vacanza”. Al firmacopie si è formata una fila di gente interminabile che oltre all’autografo ha voluto una foto con Maurizio De Giovanni.












