(Adnkronos) – Nell’editoriale di congedo dalla direzione di ‘Libero’, pubblicato oggi dopo l’annuncio del suo licenziamento da parte dell’editore Angelucci, Mario Sechi affida a una lunga riflessione il senso di ciò che sta accadendo. “Che cosa è la libertà di stampa? È una domanda con tante risposte possibili, ma la definizione che mi è sempre piaciuta è di George Orwell: ‘Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire'”. Per il direttore di un giornale “questo si traduce non solo nello scrivere, nel selezionare le notizie e verificarle, dar loro una gerarchia, guidare la redazione. C’è un altro aspetto che tutti dimenticano, il rapporto con l’editore, a cui bisogna spesso rispondere con le cose che non vorrebbe sentirsi dire. Giampaolo Angelucci mi ha assunto tre anni fa e ieri ha ordinato il mio licenziamento, i rapporti si esauriscono, non penso affatto che questo sia il problema”.
Da qui Sechi allarga lo sguardo alle implicazioni più ampie della vicenda: “Bisogna solo vedere come si arriva alla fine della storia, questa termina nel peggiore dei modi per quel bene prezioso che si chiama libertà di stampa. Parleranno i fatti. Come sempre. Sono finito nel mirino dei terroristi anarchici – scrive ancora nel suo editoriale – è gente spietata che spara e confeziona bombe, sono sotto scorta per una minaccia diretta non per una chiacchiera sui social media. E nel giorno in cui il Presidente della Repubblica mi ha manifestato la sua solidarietà, sono stato licenziato. Il giornalismo misura la qualità di una democrazia e chi lo svilisce è un suo nemico”.
Il direttore richiama poi le radici costituzionali della libertà di stampa, ricordando come l’unica legge scritta dall’Assemblea costituente nel 1948 riguardasse proprio l’informazione, e cita l’avvocato Caterina Malavenda e il suo libro ‘E io ti querelo’: “Una normativa ‘scritta talmente bene che è in vigore da allora, a parte naturalmente gli aggiustamenti, resi necessari dal passare del tempo’. È un impianto valido” osserva, perché frutto di “persone di eccezionale cultura”.
Sechi difende il ruolo dei giornalisti – “si parla male di noi, meritiamo molte critiche, ma senza il nostro lavoro le libertà si eclissano, le garanzie spariscono, i mercati diventano opachi” – e sottolinea come la stampa abbia “legame diretto con il buon funzionamento del capitalismo, ne costituisce il sistema nervoso, i giornali sono un filamento che accende le società competitive”. Riconosce poi la crisi profonda dei quotidiani (“molti chiuderanno e, forse, risorgeranno in altra forma”), ma non del giornalismo: “È finito un modello di business, non il giornalismo di cui c’è in realtà una grande domanda. Per questo sono ottimista e non mi spaventa affatto la disoccupazione, il mondo è pieno di opportunità”. Sechi, infine, chiude con un ringraziamento: “Voglio ringraziare i lettori che mi sono stati vicini e tutti i colleghi che in questi tre anni hanno lavorato al mio fianco. ‘Libero’ mi ha dato tanto, ma si è preso troppo”.


















