(Adnkronos) – Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri nella costruzione del Consolato americano a Milano “è una situazione gravissima, inaccettabile e che ha messo in difficoltà anche noi, visto che abbiamo avuto difficoltà anche a svolgere le assemblee e anche ad entrare nel cantiere. La prima anomalia di un fatto gravissimo, inaccettabile, è che comunque noi ci troviamo di fronte ad un tipo di appalto che coinvolge un operatore economico non italiano che è soggetto a regole non italiane, non europee. Ma quanto avvenuto è il sintomo di quello che succede ormai in maniera diffusa sul territorio italiano. E, cosa ancora più grave, riguarda in particolare anche il perimetro delle grandi opere pubbliche”. E’ l’allarme sulla diffusione del caporalato di lavoratori migranti in edilizia che lancia, intervistato da Adnkronos/Labitalia, Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil.
Secondo Di Franco, infatti, “questa situazione che si sta verificando attorno all’utilizzo e allo sfruttamento della manodopera migrante, in questo momento noi la registriamo come una pratica diffusa, con condizioni diverse rispetto a quella che è stata registrata a Milano, ma con lo stesso sistema”.
Per il leader della Fillea “c’è lo sfruttamento di manodopera migrante, a monte c’è un caporale e tutto questo avviene con una cornice normativa che agevola questo tipo di ricatto. E cioè la legge Bossi-Fini che costringe i lavoratori ad avere un contratto di soggiorno per essere regolari in Italia”. Per Di Franco quindi “sono lavoratori sotto ricatto, oggi un migrante in edilizia lavora quanto due italiani. Gli italiani giustamente lavorano quanto previsto dal contratto, i migranti invece sono h24. E sono sfruttati dai caporali, anche a Sud Italia. La manodopera italiana è finita mentre c’è stata l’esplosione delle infrastrutture pubbliche. E a lavorarci ci sono loro, i migranti, tanto che ormai nei cantieri arriviamo a contare 53 nazionalità diverse”, spiega.
Lo sfruttamento
“Ormai la manodopera migrante censita in edilizia -spiega- è il 40%. Ma nella provincia di Milano il 71% degli iscritti alla casse edile, la più grande d’Italia, non è nato in Italia. Oggi noi stiamo registrando con certezza in tutte le opere, soprattutto quelle grandi, che vi sono questi lavoratori stranieri che lavorano 12 ore al giorno, il doppio delle ore permesso dalla legge per ogni mese e che gli vengono retribuite nelle forme più assurde senza che nessuno controlla. Ed è lì che poi si innescano i meccanismi che mettono in moto gli interessi dei caporali”, spiega ancora.
E il meccanismo, spiega Di Franco, è semplice. “Funziona così: io dovrei lavorare centosessanta ore al mese, quelle sono le ordinarie, no? I lavoratori migranti oggi nei cantieri, anche pubblici, lavorano almeno duecentotrenta. Fanno una media di straordinari all’anno di ottocento ore, la legge gliene consente soltanto duecentocinquanta. Se si vanno a vedere i cedolini paga di questi lavoratori non ci sono queste ore perché non è possibile metterle, si andrebbe in violazione di legge. E quindi ci sono le voci più assurde che poi sono quelle voci che permettono di farle; compenso extra, trasferta Italia, bonus, vari titoli non contrattati ecc, che poi sono le somme che questi lavoratori prendono e restituiscono ai caporali”, sottolinea. E tutto questo avviene, spiega Di Franco, “in un legame stretto tra il caporale che spesso è della loro nazionalità e un gancio che hanno in queste aziende. Che poi è il capo cantiere, il tecnico, il reclutatore e tutto il resto”. “Cioè quindi tradotto: un lavoratore normale dovrebbe fare centosessanta ore, siccome dobbiamo correre dobbiamo trovare chi ne fa duecentocinquanta. Quindi macchine, non lavoratori: i lavoratori migranti. E le aziende spesso li reclutano appositamente per rispondere a due ordini di problemi. Uno: per provare a fare margine sullo sfruttamento della manodopera, senza così assumere il doppio dei lavoratori e pagare gli straordinari tutti in busta paga con le maggiorazioni del 35%”, sottolinea.
Di Franco spiega che “la cosa più assurda è che i grandi committenti fanno finta di nulla nonostante i protocolli di legalità”. “Un esempio: nelle opere pubbliche oggi la normativa dove c’è il protocollo di legalità dovrebbe incrociare il settimanale di cantiere, che è previsto per legge, rispetto al registro degli accessi nei cantieri. Possibile che nessuno si accorge che questi entrano alle sei del mattino e finiscono alle sei di sera dall’alba al tramonto? Possibile che quando ci sono gli accessi interforze nessuno controlla queste buste paga? Dove ci sono centosessanta, centosessantotto ore ordinarie ma tutti sanno che ne fanno duecentotrenta? E quelle voci vengono camuffate in altro modo e spesso vengono anche remunerate in contanti”, spiega il dirigente sindacale.
Milano ‘base logistica’
“Con il Pnrr, il superbonus ma anche l’aumento dei lavori deliberati dai Comuni, è aumentata a dismisura la richiesta di manodopera in edilizia. E quindi, siccome ho bisogno di manodopera, chi è che oggi ha manodopera? I caporali. I caporali dove sono in questo momento? La base logistica è Milano, tutto lo smistamento della manodopera migrante su cui noi stiamo facendo tante denunce, su cui ci sono anche delle inchieste aperte su iniziativa nostra e stiamo aspettando l’esito, parte tutta da lì. Lavoratori che si sono mossi per andare a lavorare nelle aree del sisma del 2016, della Ricostruzione, nelle grandi opere pubbliche e anche nei cantieri per il superbonus 110”, spiega Di Franco.
Cancellare la Bossi-Fini
Per contrastare il caporalato in edilizia “servirebbe cancellare la legge Bossi-Fini, e uscire dalla logica del contratto di soggiorno che in questo momento favorisce lo sfruttamento e l’illegalità, che coincide con l’arricchimento spesso di soggetti vicino alla malavita organizzata”, spiega il leader della Fillea.
Secondo Di Franco, “oggi la prima cosa che dovremmo fare, guardando anche i dati Caritas sugli irregolari presenti in Italia, che lavorano ma che non possono essere assunti in virtù della legge Bossi-Fini, è una regolarizzazione immediata che risponderebbe alle esigenze di manodopera e soprattutto toglierebbe questi lavoratori dalle grinfie di caporali sfruttatori”. “L’ultima procedura di regolarizzazione in Italia risale al 2002, quando entrò appunto in vigore la legge Bossi-Fini”, sottolinea.
Una situazione che non agevola di sicuro le aziende che hannon necessità crescente di manodopera. “Oggi io imprenditore italiano se ho bisogno di manodopera in base alla Bossi-Fini devo aspettare che il governo emetta il decreto flussi. Questi lavoratori partecipano alla lotteria dei numeri del decreto flussi che possono arrivare in Italia da quando faccio la domanda tra otto mesi, un anno, un anno e mezzo. Questo non risponde alle esigenze e ai tempi dei cantieri”, aggiunge.
L’ ‘invasione’ di indiani e pakistani in edilizia
“Quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo -spiega Di Franco- è un passaggio velocissimo dall’agricoltura all’edilizia di comunità che hanno sempre lavorato nel settore primario, tipo gli indiani, i pakistani che stanno invadendo i cantieri. E dietro è evidente che c’è una regia di reclutamento. Noi abbiamo difficoltà a parlarci, stiamo girando nei cantieri con gli interpreti. Ecco perché serve una nuova politica dell’immigrazione che parte dal governo dei processi. Non possiamo continuare a dire che è un problema di sicurezza: non è un problema di sicurezza. Se non integri, non accogli, diventa un problema più complessivo. Ed è oggi la normativa che sta dando la possibilità a chi li vuole sfruttare di sfruttarli”. (di Fabio Paluccio)


















