(Adnkronos) – Il blitz con cui gli Stati Uniti hanno portato il presidente venezuelano a New York per processarlo per narco-terrorismo apre una nuova nei rapporti tra Washington e l’America Latina. Un’operazione che solleva interrogativi giuridici, ma soprattutto politici e strategici: dalla legittimità dell’uso extraterritoriale della giustizia Usa fino al messaggio lanciato agli altri governi della regione.
L’Adnkronos ha contattato Giorgio Malfatti di Monte Tretto, ex ambasciatore d’Italia a Cuba e in Uruguay, docente all’Università Link di Economia e politica delle reti criminali e autore del libro “
America Latina: Democrazia, populismo e criminalità
” (Eurilink).
Ambasciatore, che tipo di operazione è stata la cattura di Maduro?
“È stata senza dubbio un’azione spettacolare. Ma non improvvisata. Un’operazione del genere presuppone una lunga preparazione e, soprattutto, delle complicità interne. Maduro non dormiva più a Miraflores, ma in una struttura militare. Se è stato prelevato lì, è difficile pensare che una parte dell’apparato bolivariano non abbia collaborato o quantomeno chiuso un occhio”.
Quindi lei esclude che si sia trattato di un blitz interamente esterno?
“Francamente sì. Se l’operazione è avvenuta come raccontano gli americani, con l’ingresso nella stanza da letto e l’estrazione in elicottero, significa che qualcosa nell’apparato militare e di intelligence venezuelano non ha funzionato, o ha funzionato in modo ‘poco ortodosso’. È un segnale importante sulla tenuta del regime”.
Questo sequestro richiama precedenti storici?
“Ricorda il caso di Manuel Noriega a Panama. Anche allora gli Stati Uniti agirono fuori dai propri confini, giustificando l’operazione con un processo penale e ragioni di sicurezza nazionale. Sono operazioni che rientrano in una tradizione ben precisa della politica estera americana nella regione. Bisogna tornare alla dottrina Monroe, che dall’Ottocento sancisce la supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, escludendo l’ingerenza delle potenze europee. Con il corollario Roosevelt del 1904, Washington si attribuì esplicitamente il ruolo di ‘poliziotto interamericano’, riservandosi il diritto di intervenire negli affari interni degli Stati latinoamericani ogni volta che fossero in gioco stabilità e interessi strategici”.
Le accuse americane parlano del ‘cartel de los Soles’. Lei conosce bene i sistemi criminali dell’America Latina, di che tipo di organizzazione si tratta?
“Non è un cartello nel senso classico, come quelli messicani o colombiani. Non controlla la produzione di droga. È piuttosto una rete di collusione e protezione, che facilita il passaggio della droga e garantisce coperture politiche e militari. Esisteva decenni fa, poi è stato riesumato nei Duemila. Pensare a Maduro come a un nuovo Escobar è francamente poco credibile”.
Questo rende le accuse più deboli dal punto di vista giudiziario?
“Le rende sicuramente più difficili da provare. Il Venezuela è sempre stato un vaso di Pandora dal punto di vista della criminalità organizzata. Riciclaggio e corruzione lasciano pochissime tracce. È un terreno in cui le accuse sono spesso plausibili, ma il riscontro giudiziario è complesso”.
Che messaggio manda questa operazione agli altri Paesi dell’America Latina?
“È un messaggio fortissimo. In particolare alla Colombia di Petro, che potrebbe diventare un prossimo obiettivo politico, anche se per lui le accuse sono meno pesanti, e poi Petro è stato eletto legittimamente, dunque la dottrina Rubio sulla cattura non reggerebbe. Ma il Paese che rischia di più è Cuba: senza il petrolio venezuelano, l’isola non può neanche accendere le lampadine. Un eventuale regime change a Caracas avrebbe effetti devastanti per L’Avana”.
E Russia e Cina? Quanto perdono da un cambio di scenario in Venezuela?
“Molto meno. La Russia non compra petrolio venezuelano, lo usa soprattutto come punto logistico e simbolico. La Cina può diversificare. Cuba no. Per questo il Venezuela è vitale soprattutto per il regime cubano”.
Dietro l’operazione contro Maduro c’è soprattutto una questione energetica?
“Come ci disse l’ambasciatore del Brasile durante l’incontro al Circolo degli Esteri organizzato dalla Sioi, Trump è interessato prima di tutto al petrolio. Il Venezuela ha enormi riserve di greggio pesante, fondamentali per le raffinerie del Texas. Controllare quel petrolio sarebbe un colpo strategico enorme”.
In un mondo che sembrava avviato verso la decarbonizzazione, il petrolio è tornato centrale?
“Esattamente. Cinque anni fa il petrolio sembrava una risorsa del Novecento. Oggi non è più così. La domanda energetica resta altissima e il controllo delle fonti è tornato un tema geopolitico centrale”.
Nel suo libro si parla della Guyana, ex colonia britannica che confina con il Venezuela e viene perlopiù ignorata da noi europei. Eppure cresce a ritmi vertiginosi.
“Un paese che è stato crocevia di criminali internazionali e che di colpo è diventato uno dei nuovi epicentri energetici del continente, grazie alle enormi scoperte offshore degli ultimi anni. Questo ha cambiato gli equilibri regionali e ha riacceso anche il contenzioso storico sull’Essequibo, un’area ricchissima di risorse che il Venezuela rivendica da decenni. Considerando che la Exxon è la società che al momento estrae il petrolio della Guyana, che si prevede nel 2028 superare la produzione del Venezuela stesso, credo che le mire di Caracas sull’Essequibo saranno in seria difficoltà dopo l’operazione trumpiana…
Cosa può succedere ora sul piano politico interno in Venezuela?
“Formalmente il potere è passato alla vicepresidente Delcy Rodríguez, che conobbi quando era ministro degli Esteri e non è una figura estremista, ma il vero nodo è capire se e come si andrà a elezioni. La costituzione chavista prevede regole abbastanza chiare sul ritorno alle urne, ma chi potrà candidarsi? Chi rappresenterà davvero l’opposizione? Con quali garanzie? La premio Nobel per la pace Corina Machado è stata scaricata da Trump, il teorico vincitore delle elezioni Edmundo González Urrutia non è stato menzionato nella conferenza di Mar-a-Lago. Oltre agli interessi strategici degli Usa, non si è parlato molto di processi democratici”. (di Giorgio Rutelli)














