Seveso, cinquant’anni dopo resta vivo il ricordo della nube tossica

SEVESO (MONZA E BRIANZA) – Cinquant’anni dopo, il disastro di Seveso continua a rappresentare uno spartiacque nella storia ambientale italiana ed europea. Era il 10 luglio 1976 quando un guasto a un reattore dello stabilimento chimico Icmesa, a Meda, provocò la fuoriuscita nell’atmosfera di una nube contenente TCDD, una delle forme più tossiche di diossina. Un incidente che sconvolse migliaia di persone, trasformò per sempre il volto della Brianza e portò alla nascita delle normative europee sulla sicurezza degli impianti industriali, note come Direttive Seveso.
Per ricordare quel tragico anniversario, venerdì 10 luglio il Bosco delle Querce, sorto sull’area più contaminata dopo la bonifica, ospiterà la commemorazione ufficiale alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.

L’INCIDENTE 

L’incidente avvenne poco dopo le 12.30 di una calda giornata estiva. La rottura del disco di sicurezza di un reattore dell’Icmesa, azienda controllata dal gruppo svizzero Givaudan e parte della multinazionale Hoffman-La Roche, liberò nell’aria una nube invisibile di tetraclorodibenzoparadiossina. All’inizio nessuno comprese la gravità dell’accaduto: la fabbrica, conosciuta come “la fabbrica dei profumi”, produceva sostanze destinate ai settori cosmetico e farmaceutico e le prime informazioni diffuse ai sindaci minimizzarono l’incidente. Solo nei giorni successivi emersero i primi segnali inquietanti. La vegetazione iniziò ad avvizzire, gli animali da cortile morirono a centinaia e sui volti di molti bambini comparvero le caratteristiche lesioni della cloracne, una grave dermatosi provocata dall’esposizione alla diossina. Si registrarono inoltre problemi agli occhi e, negli anni successivi, studi epidemiologici evidenziarono un incremento di alcune patologie nelle popolazioni esposte.

L’EMERGENZA

L’emergenza esplose il 17 luglio, quando fu emanata la prima ordinanza che dichiarava contaminata l’area interessata dalla nube tossica. Ai cittadini venne vietato il consumo di frutta e ortaggi e i sindaci iniziarono a percorrere le strade con i megafoni per avvisare la popolazione. Il territorio venne quindi suddiviso nelle zone A, B e R in base al livello di contaminazione. La zona A, quella più colpita, fu completamente evacuata: inizialmente lasciarono le loro case oltre 200 persone, diventate poi circa 700 nel giro di poche settimane. Molte abitazioni furono successivamente demolite e l’area venne recintata con filo spinato, sorvegliata da militari dotati di tute protettive e maschere antigas, immagini che divennero il simbolo del disastro. Le conseguenze non furono soltanto ambientali e sanitarie, ma anche sociali e psicologiche. Migliaia di animali vennero abbattuti per evitare la diffusione della contaminazione e la popolazione dovette convivere per anni con paura, incertezza e stigmatizzazione. In quel contesto nacquero anche importanti esperienze di solidarietà: si formarono comitati di cittadini e reti di volontariato che offrirono sostegno alle famiglie evacuate e contribuirono a contrastare la disinformazione. Poiché nel 1976 l’aborto non era ancora legalizzato in Italia, il Governo concesse una deroga straordinaria alle donne residenti nelle aree contaminate, permettendo l’interruzione terapeutica della gravidanza in presenza del timore di possibili malformazioni fetali.

LA BONIFICA 

La bonifica prese avvio l’anno successivo con un piano predisposto dalla Regione Lombardia. Il materiale contaminato fu raccolto e confinato in due grandi vasche di sicurezza e, a partire dal 1983, sull’area più compromessa sorse il Bosco delle Querce, oggi esteso su 43 ettari e divenuto simbolo della rinascita del territorio. Nel 2026 il parco ha ottenuto anche il Marchio del Patrimonio Europeo, riconoscimento che ne valorizza il significato storico e civile. L’incidente di Seveso ebbe conseguenze profonde anche sul piano normativo. Nel 1982 l’Europa approvò la prima Direttiva Seveso, introducendo regole stringenti per prevenire gli incidenti rilevanti negli stabilimenti che utilizzano sostanze pericolose e per tutelare la salute pubblica e l’ambiente. A mezzo secolo di distanza, Seveso resta un monito sulla necessità di coniugare sviluppo industriale, sicurezza e tutela ambientale. Un’eredità dolorosa che continua a vivere non solo nella memoria delle comunità colpite, ma anche nelle norme che oggi disciplinano la gestione dei siti industriali a rischio in tutta Europa.

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